Nel mese di maggio 2020, l’Iran è stato scosso da un fatto di cronaca che aveva attirato l’attenzione e l’indignazione internazionale. Nella provincia di Gilan la notte del 21 maggio, una giovane ragazza di 14 anni Romina Ashfari venne decapitata da suo padre perché non aveva accettato la sua “relazione” con un uomo più grande di lei.

Il padre, che in Iran è considerato il “guardiano” della figlia, aveva sporto denuncia e una volta convocata dalla polizia, la ragazzina aveva implorato il giudice di non rimandarla a casa perché sapeva che suo padre avrebbe tentato di ucciderla. Il padre più volte aveva chiesto anche a sua moglie di indurre Romina al suicidio, per avere disonorato la famiglia.

Malgrado il temperamento violento del padre, il giudice, non aveva accolto la richiesta di Romina, e l’aveva rimandata a casa “restituendola” al suo “proprietario” che nella notte mentre dormiva ha preso una falce e le ha tagliato la testa.

Il padre di Romina si era consegnato subito dopo alla polizia confessando il delitto e portando con sé l’arma del delitto. Immediatamente dopo la circolazione della notizia, molti media locali ed internazionali avevano riportato alla luce la questione del delitto d’onore, ancora in vigore in Iran.

A qualche settimana di distanza dalla decapitazione, il 7 giugno il Consiglio dei Guardiani aveva finalmente approvato una legge che definiva “reato” l’abbandono e/o l’abuso sia psicologico che fisico di un minore. Si era pensato infatti di chiamarla “legge Romina” perché era nata a seguito del tragico evento. Anche il capo della Magistratura iraniana, Ibrahim Raisi, aveva dichiarato che il padre della ragazzina sarebbe stato punito con una dura condanna.

Evidentemente qualcosa non deve essere andato per il verso giusto in quanto il padre di Romina, il signor Reza Ashrafi, da pochi giorni è stato condannato solamente a nove anni di reclusione come previsto dal Codice Penale per i delitti d’onore. Proprio in questo blog avevo scritto un post dal titolo Iran, decapitata a 13 anni dal padre contrario alla sua relazione. Lo chiamano delitto d’onore.

Il mio intervento aveva scatenato le ire della Agenzia di stampa iraniana Pars Today (già Irib), che aveva accusato la sottoscritta non solo di aver inventato la storia di Romina, ma di aver trattato del delitto d’onore che secondo l’autore del pezzo, Davood Abbasi, in Iran non esisterebbe affatto.

Nell’articolo di Pars Today In Iran non esiste il delitto d’onore. La storia inventata dal Fatto Quotidiano l’autore aveva intimidito la sottoscritta con frasi perentorie: Se le falsità sono state riportate per ignoranza, a questo punto sarebbe necessaria una nota di correzione da parte del quotidiano e dell’autrice. Se invece si tratta di una macchinazione voluta contro la Repubblica Islamica dell’Iran, il giornale e l’autrice del pezzo vengono ritenuti responsabili della loro azione e la Repubblica Islamica dell’Iran, si riserva il diritto di agire in conformità alle leggi, visto che la sua immagine è stata lesa”.

Praticamente la Irib, avrebbe voluto la smentita di una storia realmente avvenuta e pretendeva di tenere nascosti gli articoli del Codice Penale attualmente in vigore sul delitto d’onore. Minacciandomi di intraprendere azioni legali in conformità alle leggi iraniane.

In realtà, il tempo mi ha dato ragione e, come avevo spiegato nell’articolo del 27 maggio scorso, il padre di Romina Ashrafi non è stato stato punito con la pena di morte, come previsto per tutti i casi di omicidio in Iran, perché questo reato è rientrato in quei casi chiamati “delitti d’onore”.

Così avevo scritto: Se avviene l’omicidio di un membro di una famiglia, a causa della credenza da parte degli autori che la vittima abbia arrecato vergogna o disonore alla famiglia o abbia violato i principi della comunità, il delitto viene valutato in maniera diversa da tutti gli altri crimini della stessa entità”.

Ai sensi dell’art. 220 del vecchio (codice penale e dell’art. 301 dell’attuale codice penale islamico) il padre che uccide il figlio/a e/o nipote non può essere punito con la pena di morte, qessas. In questo caso quindi la qesass si converte in diyeh (pena pecuniaria) e ta’zir (pena diversa dalla detenzione, es. frustate).

Inoltre l’art. 612 del codice penale islamico prevede, però, che in ogni caso chi commette un omicidio per il quale non viene condannato, se il fatto commesso offende l’ordine, la sicurezza o la coscienza pubblica, viene condannato al carcere da 3 a 10 anni.

Così è stato, ed il padre di Romina ha ottenuto addirittura, meno anni di quelli previsti.

Mi auguro che questo caso venga rivisto così come anche auspica la mamma di Romina. La signora, Rana Dashti si è infatti fermamente opposta alla decisione del tribunale iraniano ed ha chiesto espressamente di rivalutare la sentenza alla Corte Suprema. Nonostante l’insistenza delle autorità giudiziarie – ha detto – su una “gestione speciale” del caso, il verdetto ha terrorizzato me e la mia famiglia”.

Non voglio che mio marito torni mai più al nostro villaggio“, ha aggiunto, chiedendo che il verdetto venga rivisto e cambiato in “esecuzione”.

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