La frase era rimbalzata sui social network nel gennaio del 2014. “Spero che un giorno Ronald Koeman diventi allenatore del Barcellona, così almeno la Liga sarà più combattuta”. David Albelda aveva scelto il sarcasmo per strombazzare la presunta incapacità del tecnico che l’aveva messo fuori rosa ai tempi del Valencia. Sale strofinato su una ferita ancora aperta, parole che ora sono diventate realtà (per sapere se si trasformeranno in profezia bisognerà però aspettare ancora qualche tempo). Perché Ronald Koeman è il nuovo allenatore del Barcellona (contratto fino al 30 giugno 2022), l’uomo scelto per soprintendere la difficile rifondazione di un club in cui blasone e risultati sportivi non coincidono più. Dopo la storica sconfitta in Champions League, le 8 sberle prese dal Bayern Monaco, Bartomeu ha scaricato il tecnico Quique Setien e poi il ds Eric Abidal: il suo è un tentativo di riconquistare Messi e tenersi la poltrona. Un obiettivo che passa dai risultati che Koeman riuscirà a tenere.

Per il tecnico una missione che non ammette mezze misure, dove il rischio di bruciarsi è altissimo. O santo o eretico. Senza possibilità di sperare in alcun revisionismo storico. Koeman arriva in Catalogna dopo il gran rifiuto dello scorso gennaio, quando i blaugrana erano alla ricerca del sostituto dell’esonerato Valverde. Ma soprattutto Koeman arriva in blaugrana con la consapevolezza di non essere considerato il tecnico più bravo in circolazione, ma quello più rassicurante. Perché di Barcellona e del Barcellona conosce praticamente tutto. Sei stagioni da giocatore (l’apice nel gol vittoria alla Sampdoria nella finale del 1992), una da assistente di van Gaal, un’altra da allenatore della squadra B. Il santino sul comò è quello di Cruyff, il calcio totale come credo da evangelizzare, ma senza copia incolla.

A volerlo in Catalogna è stato proprio sua maestà Johan. Lo chiama durante la notte di Capodanno del 1988. Ronald è a casa dei suoceri. Sono le dieci di sera quando il telefono inizia a squillare. “Ronald – dice la voce dall’altro capo della cornetta – sono Johan. Voglio comprati, vieni a Barcellona?”. Il Koeman allenatore nasce lì, a 26 anni. Gli inizi sono quasi disastrosi, ma il difensore si impregna della filosofia del suo maestro. “Siamo tutti figli di Johan – ha raccontato – tutti guardiamo il calcio con i suoi occhi”. I riferimenti sono piuttosto chiari. Le sue squadre sono fluide, capaci di passare dal 4-3-3 al 3-5-2 o al 3-4-3 nel corso della stessa partita. Il suo gioco è fatto di intarsi, di passaggi, di movimenti continui per aprire gli spazi, di terzini chiamati a consumarsi lungo le fasce ma anche a imbastire la manovra.

Non sempre, però. All’Everton i suoi centrali difensivi sono Funes Mori e Williams. E partecipano alla costruzione del gioco a modo loro. Non fanno iniziare la manovra dal basso, ma lanciano lungo verso Lukaku. E il belga segnerà 25 gol, il suo miglior bottino in carriera. “In Olanda un difensore deve prima saper giocare il pallone e poi difendere – dice- io non sono d’accordo. Cerco difensori in grado di non concedere gol e solo dopo che sappiano impostare”. Vero, ma quando la rosa è di livello le cose cambiano. La partita più interessante si gioca nel settembre del 2019, contro la Germania. Koeman schiera l’Olanda con un 3-1-4-2 e Blind, de Ligt e van Dijk si appoggiano a Frenkie de Jong schierato come vertice basso di centrocampo. In fase di possesso il quartetto cerca di sfruttare gli “half spaces” per innescare De Roon e Wijnaldum (ma anche Depay che si abbassa sulla trequarti). I tulipani vincono 2-4. Ed è un successo che fa rumore.

Il grande punto interrogativo riguarda la gestione dei senatori dello spogliatoio. L’unico suo precedente spagnolo è piuttosto allarmante. Nel novembre del 2007 arriva a Valencia per sostituire Quique Sánchez Flores. E in un mese riesce a inimicarsi lo spogliatoio. Prima mette fuori rosa Albelda, Angulo e Cañizares, tre pilastri del club, poi va davanti alle telecamere e dice che fanno parte del passato. I tre saranno reintegrati poco dopo, ma la stagione non cambierà. Ad aprile il Valencia vince la Coppa del Re e solo l’intervento di alcuni giocatori evita che al tecnico sia comunicato l’esonero subito dopo aver alzato al cielo il trofeo. Passerà solo una settimana prima dell’ufficialità. Ma Koeman non ha ancora finito. Poco dopo parla con la stampa olandese. “Joaquin è stato comprato per 30 milioni, ma per come ha giocato può essere rivenduto a 30 euro“. L’esterno però non ha nessuna voglia di incassare: “Ha preso 7 milioni e non ha restituito neanche la Toyota. L’unica sua preoccupazione era avere a cena 5 o 7 bottiglie di vino a tavola. Non ci ha fatto retrocedere solo perché il campionato è durato più a lungo”.

La frase più importante per capire il suo futuro al Barcellona arriva durante un’intervista a gennaio 2019. “Noi olandesi non abbiamo paura a mandare in campo i giovani, siamo abituati – dice a Esport3 – dico sempre che quando ho un giocatore di 30 anni e uno di 22 con lo stesso rendimento, metto in campo il più giovane perché questo è il futuro”. Parole che potrebbero tornare d’attualità fra poco, con Riqui Puig, Ansu Fati, Pedri, Trincao e Araujo pronti a sgomitare per trovare uno spazio nell’undici titolare, mentre Frenkie de Jong potrebbe prendere il posto di Busquets (richiesto dal Psg). Ma già un anno fa Koeman aveva ben chiaro il problema del Barça: “Suarez, Messi, Piqué, Busquets hanno più di 30 anni – aveva sottolineato – gli restano pochi anni, ma dopo? Bisogna cambiare tutta la colonna vertebrale della squadra. Dunque buona fortuna”. E Koeman ora ne avrà un gran bisogno.

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