Giacca, cravatta e scarpe da ginnastica: il look perfetto del “politico sportivo”, che da anni comanda lo sport italiano. Metà presidente di Federazione, metà parlamentare o sindaco, un incarico tira l’altro. Adesso il governo ha deciso di dire basta: la riforma del ministro Vincenzo Spadafora, che ha messo nel mirino la “casta” dei presidenti a partire da Giovanni Malagò, sancirà anche l’incompatibilità delle cariche sportive con quelle nella pubblica amministrazione.

LE PORTE GIREVOLI TRA SPORT E POLITICA – Da quando è nata la riforma, il Coni (e ultimamente pure le Federazioni, che sentono il fiato sul collo del ministero) non fanno altro che protestare, rivendicare l’autonomia dello sport. In realtà lo sport italiano dalla politica non è mai stato indipendente, anzi, il fine politico ha sempre riconosciuto il valore sociale ma soprattutto elettorale dello sport, sconfinato bacino di voti, preziosa riserva di cariche, saltando così da una poltrona all’altra, a volte pure contemporaneamente. Da Andreotti, che ben prima di diventare sette volte premier fu sottosegretario allo sport di De Gasperi (anzi, a lui si deve la rinascita del Coni dopo il ventennio), al “poltronissimo” Carraro, senza dimenticare Matarrese, Pescante, Abete, Tavecchio, l’elenco è lungo.

CON LA RIFORMA ECCO L’INCOMPATIBILITÀ – Da anni si parlava di un possibile intervento normativo, non se n’è mai fatto nulla, anche perché spesso a decidere in Parlamento erano gli stessi che avrebbero dovuto essere colpiti dal provvedimento nelle Federazioni. Ora potrebbe cambiare tutto: con la sua riforma Spadafora vuole cancellare la Legge Lotti, l’ultimo regalo che il governo Pd aveva fatto a Malagò&C., e spazzare via un’intera generazione di dirigenti che sta lì da decenni, “dai tempi della lira” come ha detto il ministro. Viene infatti ridotto il numero massimo di mandati, che passa da tre a due per il Coni, e rimane tre (ma senza “fase transitoria”) per le Federazioni: così sarebbero fuori Malagò e altri 16 capi di discipline importanti, dal nuoto al tennis, dal golf alla pallacanestro. Ma nel testo c’è anche un’altra norma: quella per l’incompatibilità con la politica. Apparentemente, il divieto vale solo per il Comitato Olimpico, ma in realtà si applicherà anche alle Federazioni, visto che i presidenti federali sono pure membri di diritto del consiglio Coni, dove non potranno più entrare. Dunque addio ai presidenti eterni, ma anche ai presidenti politici.

DAL NUOTO AL CALCIO, GLI EFFETTI – La questione rischia di essere tremendamente d’attualità perché il doppio ruolo ancora oggi ha degli interpreti illustri. Il più famoso è Paolo Barelli, grande capo del nuoto italiano, la Federazione più vincente del Paese, e deputato di Forza Italia. Poi c’è Claudio Barbaro, senatore leghista e dal ’94 alla guida dell’Asi, uno degli enti di promozione più diffusi. Altri, da Sabatino Aracu del pattinaggio a rotelle a Luciano Rossi del tiro a volo, non lo sono più soltanto perché hanno perso il loro posto in Parlamento (ma si sono tenuti stretti quello in Federazione). E la norma potrebbe influenzare anche la partita più importante, quella del calcio: tra i candidati per le prossime elezioni in Figc c’è Cosimo Sibilia, capo dei Dilettanti, nonché deputato di Forza Italia. Se la riforma fosse approvata, si troverebbe a dover scegliere fra le due cariche. Come tutti gli altri.

LOTTI GUIDA LA RIVOLTA – La ghigliottina del governo terrorizza i padri padroni delle Federazioni. È già cominciata la corsa al voto, per andare alle urne il prima possibile, prima cioè che entri in vigore la nuova legge: ma il Ministero, che ha già bocciato la delibera Coni sulle elezioni fino a ottobre 2021, pare intenzionato a far votare tutti con le stesse regole, le sue. Mentre ad organizzare la resistenza c’è anche l’ex ministro Luca Lotti, che aveva regalato a tutti i presidenti quattro anni in più di governo e ora è pronto a difendere la sua vecchia legge (e i loro privilegi). Il suo Pd ha disertato l’incontro di maggioranza sulla riforma: un messaggio al ministro sui cambiamenti necessari a far passare la riforma. È vero che i decreti attuativi non devono andare in Parlamento, ma serve pur sempre l’ok del Consiglio dei ministri, senza dimenticare i passaggi in Commissione e in Conferenza Stato-Regioni. “Vedrete, alla fine non cambierà nulla”, scommettono alcuni presidenti federali. E loro, che stanno lì da decenni, se ne intendono.

Twitter: @lVendemiale

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