“Queste saranno le elezioni più corrotte della nostra storia. Non possiamo lasciare che avvenga”. A un rally elettorale in Arizona, martedì scorso, Donald Trump si è di nuovo scagliato contro il voto per posta. “Ci sono prove incredibili di frode ogni volta che si vota per posta”, ha spiegato il presidente, che ha evocato schede elettorali rubate ai corrieri postali, contraffatte sia da forze interne sia “da potenze straniere che non vogliono che Trump vinca”. Il presidente non ha portato alcuna prova alle sue asserzioni, che alimentano la sfiducia verso il sistema elettorale americano e fanno sorgere in alcuni un dubbio: che Trump si prepari a non riconoscere l’esito del voto a novembre.

L’opzione sempre più popolare del voto per posta – Con l’emergenza coronavirus ancora in corso, molti Stati stanno in questi mesi approntando sistemi per allargare il diritto di votare da casa, per posta, nei giorni precedenti il giorno delle elezioni. Al momento, 24 Stati americani, insieme a Washington D.C., offrono il “no-excuse absentee ballot”, il voto senza doversi presentare al seggio e senza necessità di offrire una giustificazione. Cinque Stati – Colorado, Hawaii, Oregon, Washington e Utah – conducono le loro elezioni principalmente per posta. Questo tipo di opzione è diventata negli ultimi anni sempre più popolare. Nel 1996, il 7,8 per cento dell’elettorato utilizzava il voto per posta. Nel 2016, la percentuale era salita al 21 per cento. La pratica è diffusa sia negli Stati governati da repubblicani sia in quelli retti dai democratici. È stato proprio un segretario di stato repubblicano, Frank LaRose dell’Ohio, a chiedere recentemente che l’amministrazione ponesse fine ai violenti attacchi contro il “mail-in ballot”. E Kim Wyman, repubblicana dello stato di Washington, ha rilevato l’assoluta necessità di ricorrere al voto per posta a novembre: sarà infatti molto difficile trovare personale per presidiare i seggi e contare le schede.

Le teorie cospirazioniste del presidente – Già in passato, Trump ha lanciato sospetti, in alcuni casi vere e proprie teorie cospirazioniste, sulla legittimità del processo elettorale. In un tweet del 2013, scrisse che Barack Obama era stato eletto “con i voti dei morti”. Nel 2016, in piena campagna elettorale, erano frequenti le sue dichiarazioni sugli immigrati illegali “condotti ai seggi elettorali in massa”. Poco convinto del fatto che Hillary Clinton avesse vinto il voto popolare per quasi tre milioni di voti, il presidente istituì nel 2017 una commissione incaricata di investigare sulle elezioni che pure gli avevano dato la vittoria. La commissione non trovò alcuna prova dei brogli. L’attacco all’absentee ballot appartiene invece a una fase più recente e si è negli ultimi mesi intensificato. Da aprile, Trump ha fatto oltre 50 accenni a furti di schede elettorali, loro manipolazione, richiesta di voto per posta per persone che sono già morte, non meglio identificati “Stati esteri” che stamperebbero schede elettorali Usa.

Le conseguenze – Non si è trattato solo di battute. Il presidente ha accusato Nevada e Michigan di inviare “illegalmente” schede elettorali ai propri residenti – non erano le schede, bensì i moduli per far richiesta di voto per posta – e ha minacciato i due Stati di taglio dei finanziamenti federali. L’ira di Trump si è poi scagliata con particolare violenza contro la California, dove “chiunque respiri può votare” e dove “si fanno votare gli immigrati illegali”. A forza di battere sul tema, qualche risultato Trump l’ha ottenuto. Proprio in Michigan i suoi elettori hanno cominciato a bruciare i moduli per richiedere il voto per posta. In Alabama e Kansas le assemblee legislative cercano ora di mettere il freno a iniziative per allargare l’absentee ballot. E il Republican National Committee ha deciso di investire 20 milioni di dollari per bloccare a livello statale ogni forma alternativa ai seggi elettorali. In tutto ciò, tra l’altro, c’è un paradosso. In passato, Trump ha più volte votato “absentee” – l’ultima volta in marzo alle primarie repubblicane della Florida. E il suo attorney general, William Barr, residente in Virginia, ha votato per posta nel 2012 e 2016.

I numeri sulle frodi – Dubbi, attacchi, illazioni sul “voto in assenza” non trovano peraltro fondamento nella realtà dei fatti. Un database sponsorizzato da News21 (un progetto di giornalismo investigativo dell’Arizona State University) ha individuato 2068 casi di supposta frode elettorale tra il 2000 e il 2012. Le frodi direttamente collegate al voto per posta sarebbero 491. In Oregon, Stato dove dal 2000 ogni elezione si è tenuta per posta, ci sono stati in vent’anni solo due condanne per frodi elettorali. “Due condanne su oltre 50 milioni di voti espressi in vent’anni – hanno scritto su “The HillAmber McReynolds e Charles Stewart, studiosi di dati elettorali -. Si tratta dello 0,000004 per cento, circa cinque volte meno della possibilità di essere colpiti da un fulmine negli Stati Uniti”. Molto striminziti anche i dati forniti dalla Heritage Foundation, un think-tank conservatore. Dal 1991 al 2020, negli Stati Uniti, ci sarebbero stati 206 casi di frodi legati agli absentee ballots. Nessuna denuncia di furto a corrieri postali è mai stata presentata.

Partecipazione e fake news – In altre parole, negli Stati Uniti non esiste un problema di brogli elettorali – tanto meno di brogli nel voto per posta. Il problema è anzi spesso l’opposto, e cioè come convincere i cittadini a esprimere il loro voto, in qualsiasi forma. E allora perché Trump continua a lanciare allarmi sulla questione? Una possibile spiegazione sta nel fatto che il presidente, come pure molti repubblicani, ritengono che il voto per posta spinga a una maggiore partecipazione di alcuni gruppi, in particolare afro-americani e giovani, e quindi favorisca i democratici. “I repubblicani “dovrebbero combattere con ogni mezzo il voto per posta – ha scritto Trump in un tweet dello scorso aprile – non ha mai funzionato bene per loro”. L’ipotesi non pare comunque avere un valore assoluto. Il prossimo novembre – con l’emergenza Covid-19 ancora in corso – potrebbero essere proprio i più anziani, quindi un gruppo elettorale più vicino ai repubblicani, ad approfittare del voto per posta.

Alla fine quello che molti temono è che il continuo ricorso a teorie cospirazioniste circa l’absentee ballot finisca per ingenerare sfiducia nella politica e nella democrazia americana. “È misinformazione e disinformazione – ha detto Amber McReynolds, chief executive del “National Vote at Home Istitute” – in nessun modo diverse dai cyber attacchi stranieri al nostro processo elettorale”. In alcuni, soprattutto in campo democratico, il timore è però quello che Trump si prepari a qualcosa di ben più prosaico. “Sta cercando di minare la fiducia nel risultato delle elezioni”, ha spiegato il segretario di stato della California, Alex Padilla. Per un presidente in picchiata nei sondaggi, creare confusione oggi potrebbe essere un modo per preparare atti più clamorosi il giorno delle elezioni. Per esempio: proclamare la propria vittoria in alcuni Stati, il 3 novembre, disconoscendo poi come manipolati i risultati del voto per posta.

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