“Stanze lussuose, pazienti ordinari”. La infelice espressione utilizzata dall’assessore Giulio Gallera è utile per approfondire e proporre in chiave riformista una strategia di progetto sanità Lombardia, il cui dibattito è necessario, oggi, tra le forze politiche presenti nel consiglio regionale e tra i cittadini.

Mi auguro che il contributo al dibattito dei 5 stelle sia un poco più approfondito di ciò che scrive il viceministro dello Sviluppo economico, Stefano Buffagni: “Ma Gallera non si vergogna? Queste non sono solo cose che un assessore al Welfare non dovrebbe dire… Non dovrebbe proprio pensarle”.

Di maggiore interesse la riflessione del Pd lombardo, che da alleato di coalizione cercherò di approfondire:

1. Il privato ha un tetto massimo di spesa, ma nessun vincolo o programmazione regionale sul tipo di prestazioni da erogare, più o meno remunerative, più o meno utili al territorio;
2. Poche stanze lussuose;
3. Liste d’attesa infinite.

Sul primo punto pesano 27 anni di governo sanitario delle destre in Lombardia. La qualità della apertura al privato scelta da Roberto Formigoni fu – ed è – di non governo dei fenomeni: il Celeste costruisce la sanità privata convenzionata con ospedali che hanno un tetto (di spesa), ma a cui mancano completamente le fondamenta: la responsabilità sociale. Il tema ora è di una profonda riforma che non butti via il bambino con l’acqua sporca.

Se il privato convenzionato investe soldi in posti letto, tecnologia e risorse umane per curare una patologia ben rimborsata e in Lombardia diventiamo i più bravi al mondo a curare (esempio a caso) il cancro della prostata, ciò è un bene. Altrettanto necessario, perché il sistema tenga complessivamente, e il privato convenzionato sia parte integrante di un sistema sanitario la cui somma faccia il totale dei bisogni dei cittadini, è che la Regione, nella contrattazione con il privato sui letti di prostata (e il giusto guadagno che ne deriva), pretenda anche che quell’ospedale si doti di servizi meno remunerativi: un reparto di geriatria, letti di medicina interna, un ambulatorio per la ginnastica del pavimento pelvico e un vero pronto soccorso con una equipe non solo formata da neolaureati a gettone, per fare esempi concreti.

Tutto ciò deve partire da una vera analisi dei bisogni e da una visione, che manca. Ritengo che manchi culturalmente, in questa giunta Fontana; ma da cittadino, prima che da consigliere di opposizione, spero sempre mi stupiscano e gliene darei merito.

Secondo la legge, il momento dove esplicitare questa visione sarebbe dovuto essere il piano socio sanitario regionale, quinquennale, scaduto in Lombardia dal 2014 e ottenuto grazie ad una mozione che ho presentato in aula nel luglio 2018 (periodo in cui occuparsi di sanità in Lombardia fruttava massimo tre like su Facebook…). Il piano viene poi presentato dalla giunta a fine 2019 e discusso per mesi con audizioni in commissione sanità; è stato recentemente bloccato – giustamente – dalla giunta perché scritto pre-Covid, ma in realtà era scritto molto male, senza dati e numeri, senza alcuna visione.

Proponevo, ad esempio, nella proposta di riforma sanitaria (prima del Covid) Più Europa-Radicali, già pubblicata su questo blog, di spostare un punto di Pil sanitario lombardo in ogni anno di legislatura dalla medicina ospedaliera a quella di territorio (proposta che al tempo non meritava nemmeno due colonne su un giornale, blog del Fatto a parte, o una musica o parole un po’ rimate, e nemmeno l’attenzione della gente; quante cose più importanti hanno da fare…).

Ora la giunta deve riscrivere il piano, così come il Parlamento, il cui piano sociosanitario nazionale è scaduto contra legem da ancora più tempo e necessita urgente ripristino della legalità. La richiesta per Roma e Milano è che si dica: quanti soldi agli ospedali, quanti al territorio e quanti alla prevenzione. All’interno della macrovoce “ospedali” si instauri la responsabilità sociale di cui parlavo prima.

In riferimento alle stanze lussuose, esse devono essere una ambizione dovunque, e possibili se si sia ben governati, perché un ospedale bello piace a tutti, da Kabul al Gratosoglio. Infine per le liste d’attesa, un sistema di interconnessione pubblico-privato convenzionato a responsabilità sociale sarebbe un grande aiuto, ma il punto principale e incredibile su cui lavorare emerge chiaramente da un rapporto di E Polis (ben fatto) al comitato paritetico di regione Lombardia, che ormai data un anno.

La sanità della destra lombarda, in passato, nonostante abbia in pancia il carrozzone di Lombardia informatica, ha dato il permesso ad ogni azienda ospedaliera di comprare il proprio software prenotazioni. I software non parlano tra loro e quindi l’operatore del centro unico prenotazioni di regione Lombardia, quando parla con voi, non ha in mano tutte le agende. Non è in grado di dirvi dove sia davvero la prima disponibilità per voi utile a fare quell’esame. Il centro unico prenotazioni, tecnicamente, non esiste.

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