Gli occhi spiritati di Schillaci per un rigore non dato. La serpentina di Baggio contro la Cecoslovacchia. Le feste in piazza dopo le vittorie azzurre. Notti magiche prima della serata tragica. Napoli divisa. Maradona e Caniggia e Goycochea. Poi l’uscita sbagliata di Zenga e la delusione, forse la più grande di sempre, per l’eliminazione in semifinale. Sono le immagini di copertina di un ipotetico libro dal retrogusto amaro. Titolo possibile: ‘Mondiali Italia ’90, storia di un’occasione persa’. Perché l’eredità del torneo non si misura con il misero terzo posto della nazionale di Vicini. Il flop fu soprattutto organizzativo: tra costi esplosi e ritardi, le opere realizzate (almeno quelle che non sono state abbattute) erano e restano l’emblema dello spreco. Eppure fu un’edizione epocale, anche e soprattutto dal punto di vista sociale e geopolitico. A trent’anni esatti da allora, raccontiamo – a modo nostro – l’Italia, l’Europa e il mondo di quei giorni. Le storie, i protagonisti, gli aneddoti. Di ciò che era, di cosa è restato. (p.g.c.)

Davanti al sagrato della chiesa di Timisoara si alza un muro fatto di carne e di ossa. Si sono dati appuntamento in migliaia. Fedeli e atei, romeni e ungheresi. Sono tutti lì, gli uni affianco agli altri. Con armi improvvisate strette fra le mani e con e un’espressione rabbiosa sulla faccia. Manca ancora una settimana al Natale del 1989, ma non c’è tempo per sentirsi più buoni. Davanti a loro i soldati romeni avanzano con i fucili spianati. Un passo dopo l’altro. Una minaccia dopo l’altra. Hanno avuto l’ordine di stanare il pastore protestante Laszlo Tokes.

Nei suoi sermoni pretende di denunciare le vessazioni subite dalla minoranza ungherese. E per questo ora deve essere arrestato. Ed espulso. La folla si stringe in difesa della chiesa. I genitori mandano i bambini in prima fila. Contro di loro, dicono, l’esercito non avrà il coraggio di fare fuoco. E invece sono proprio i bambini i primi a cadere sotto i proiettili di Ceausescu. Uno dopo l’altro. Ancora e ancora e ancora. Fino a quando non tocca ai loro genitori. Fino a quando i corpi non iniziano ad ammassarsi. È la notte del 17 dicembre, è la notte in cui la flebile fiamma della rivolta diventa un incendio. L’esercito impiega due ore per ristabilire l’ordine. Ma è un’illusione.

Mentre i ritratti di Ceausescu stingono nel canale Bega, l’insurrezione si estende a tutti i quartieri della città. Uomini, anziani, donne e bambini avanzano urlando “Libertà”, gridando “Ceausescu tiranno”. Ma non basta. Il regime ordina all’esercito di sparare sulla popolazione. Chi si rifiuta viene giustiziato sul posto. Poi arrivano i carri armati. Non perdono neanche tempo a usare l’artiglieria. Decidono di passare direttamente sulla folla. Decine di esseri umani finiscono spappolati sotto i cingoli. Agli altri ci pensano le mitragliatrici degli elicotteri che volano radenti al suolo. Qualche manifestante scappa, si infila in un portone, prova a chiudersi in casa. Ma i soldati eseguono gli ordini in maniera molto efficiente. Spesso riescono a raggiungerli fin dentro i loro appartamenti. E a trasformare le loro misere camere da letto nelle loro tombe.

“Erano come le SS nel ghetto di Varsavia – racconta un sopravvissuto – ho visto panzer impazziti avanzare a zigzag stritolando quanto trovavano sul loro cammino. Sulla strada una donna era ridotta a foglio di carta”. La repressione ordinata dal Conducator è feroce, ma stavolta qualcosa è cambiato. Perché dopo oltre 20 anni il vento della rivoluzione soffia fino a Bucarest. Uno sciopero paralizza una delle fabbriche principali della città, ma la notizia più clamorosa arriva dalle strade. Durante un comizio di Ceausescu la folla ha iniziato a fischiare così forte che il “Piccolo Stalin” è stato costretto a interrompere il suo discorso. Anche la radio, che aveva iniziato a mandare in onda applausi registrati, ha dovuto interrompere le trasmissioni per tre minuti perché non riusciva a coprire il grido di “abbasso Ceausescu” che si era alzato dalla folla. Mentre la polizia segreta mette i sigilli a tutte le macchine da scrivere e alle fotocopiatrici (che sono tutte registrate al commissariato di polizia), le strade tornano a tingersi di rosso.

Alcuni studenti vengono uccisi con un colpo alla nuca, donne incinte vengono finite a colpi di baionetta. È il punto di non ritorno. Giovedì 21 dicembre alcuni reparti dell’esercito si ammutinano e passano dalla parte della popolazione, mentre le truppe lealiste e la Securitate, la milizia del regime, cominciano a indietreggiare e a riparare lontano da Bucarest. Il giorno successivo si combatte l’ultima battaglia. Ceausescu si affaccia al balcone del Palazzo e prova a parlare alla folla inferocita. Non è esattamente una buona idea. La folla sta quasi per buttare già i portoni del Comitato Centrale quando il Conducator e la moglie Elena salgono sul tetto e poi a bordo di un elicottero che li porta all’aeroporto. Solo che i vertici dell’esercito hanno chiuso lo spazio aereo e esortano la popolazione a far partire la caccia all’uomo. La fuga non dura molto.

La coppia presidenziale viene catturata a Targoviste. Il giorno di Natale vengono processati da un tribunale militare e giustiziati. Si dice che i 120 soldati che sorvegliavano Ceausescu e la moglie si offrirono tutti volontari per l’esecuzione. Quella romena è solo l’ultima delle grandi rivoluzioni che hanno cambiato il volto dell’Europa dell’Est nel 1989. E, soprattutto, è l’unica avvenuta nel sangue. Perché in pochi mesi l’Autunno delle Nazioni rovescia in maniera pacifica la maggior parte dei regimi comunisti del Vecchio Continente. Tutto inizia nel 1985, quando Michail Gorbačëv prende le redini dell’Unione Sovietica scandendo due parole chiave: “glasnot”, ossia trasparenza, e “perestrojka”, ristrutturazione. Il 15 maggio del 1989 Gorbačëv fa visita alla Repubblica Popolare Cinese, scossa già da un mese dalle proteste. La presenza del leader dell’URSS, ovviamente, fa in modo che le immagini delle rivolte di piazza Tienammen facciano il giro del mondo alimentando la voglia di cambiamento dei popoli dell’Europa dell’Est.

La prima a voltare pagina è la Polonia. L’organizzazione sindacale Solidarnosc, guidata da Lech Walesa, viene sciolta con la forza dal leader comunista Jaruzelski. Eppure il sindacato non cessa la sua attività, anzi l’ondata di scioperi del 1988 obbliga il governo fare un passo indietro. A febbraio iniziano le trattative fra Jaruzelski, Solidarnosc e la Chiesa Cattolica. L’accordo viene siglato il 5 aprile: il sindacato non è più fuorilegge, al contrario, potrà partecipare alle prossime elezioni. E il 4 giugno il movimento di Walesa ottiene un’incredibile vittoria. Il governo è spalle al muro ed è costretto a formare una coalizione di governo con Solidarnosc: il 19 luglio Tadeusz Mazowiecki, una delle figure di spicco del sindacato, viene nominato primo ministro. Nell’ottobre del 1989 il Partito Comunista ungherese decide di sciogliersi e di indire nuove elezioni democratiche e multipartitiche. Così il 29 ottobre l’Ungheria si trasforma in una repubblica indipendente e la sua decisione di riaprire le frontiere avrà un effetto domino sulla DDR.

Da metà agosto migliaia di tedeschi orientali bussano alle porte delle ambasciate della Germania Ovest a Berlino Est, Praga e Budapest. Chiedono tutti la stessa cosa: asilo politico. A ottobre migliaia di tedeschi dell’Est salgono sui “treni della libertà” che partivano da Praga per arrivare fino alla Germania occidentale. Il Partito di Unità Socialista di Germania, messo alle strette anche dalle proteste di piazza, non può far altro che decretare la fine del muro di Berlino. Per l’unificazione ufficiale, invece, bisognerà aspettare qualche mese in più, fino al 3 ottobre 1990. Così, a vincere il Mondiale, sarà solo la Germania Ovest. La crisi dei regimi comunisti tocca anche la Cecoslovacchia, dove va in scena la “Rivoluzione di velluto”: dopo 10 giorni di proteste e scioperi, il Partito Comunista annuncia l’apertura alla democrazia. Qualche mese più tardi i Mondiali italiani diventano la prima passerella per questo nuovo mondo, nato a un ritmo frenetico. Perché il 1990 è un anno di transizione che ha iniziato a rendere vecchi atlanti e libri di storia. E in Italia sfileranno per l’ultima volta stati come Cecoslovacchia, Unione Sovietica, Germania Ovest e Jugoslavia. Tutto per un Mondiale che ha contribuito a scrivere la storia.

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