È decisamente un portato storico dell’era maoista, l’imperialismo cinese sul territorio himalayano: non si vede in questi giorni solo dalle scaramucce di confine con l’India di Modi ma da una vera e propria campagna di conquista e di propaganda che ha per oggetto il Tetto del Mondo (Everest per noi, Qomolangma per i cinesi) a cui il regime di Xi Jinping sta dedicando grandi energie.

E per fortuna che Cina e India, potenze nucleari e Paesi tra i più grandi del mondo, in teoria alleati anche in quella sorta di anti G7 che è l’associazione dei cosiddetti Brics, presidiano i labili confini nell’area dell’Himalaya con tanti soldati rigorosamente disarmati, per evitare troppi guai. Così, oltre a mostrarsi quotidianamente i muscoli, al massimo si prendono a spintoni e bastonate con le mazze chiodate, si tirano le pietre o proprio casualmente qualche coltellata, ma questo non deve trarre in inganno: come noto, pochi giorni fa, in Ladakh, probabilmente in seguito anche a una disastrosa caduta in un burrone, gli indiani hanno perso venti soldati e i cinesi non si sa quanti, nell’ennesima scaramuccia.

Una linea mai ben definita corre sulle più disagevoli terre alte e l’espansionismo cinese in quest’area irrita direttamente anche il Pakistan, per non dire del povero Nepal. Con l’India la tensione decollò da quando il Dalai Lama, più di sessant’anni fa, riparò in esilio a New Delhi, e da allora i tibetani e il loro leader spirituale sono diventati anche tanto di moda nei nostri salotti occidentali, ma poi in realtà non frega niente a nessuno di quel che succede lassù.

Perciò fa veramente una certa impressione pensare alla disattenzione generale in cui è passata la strana annata dell’Everest, chiuso da tutti i versanti tranne quello cinese: sulla cima più alta del mondo, dove nel 2019 si formarono quelle incredibili code di scalatori, quest’anno sono saliti belli tranquilli soltanto una quindicina di turisti-alpinisti cinesi, accompagnati da una ventina di guide tibetane, che hanno aperto e attrezzato la via.

Alcuni hanno dovuto addirittura risalire più di una volta, pur di portare zaini e materiali anche per otto tecnici, tutti rigorosamente in divisa da bandiera rossa, che il 27 maggio sono riusciti a montare e rendere operativo un impianto Gps di precisione. È stato solo il clou di una grande campagna di conquista tecnologica: il regime cinese ha investito due milioni di yuan per portare il 5G ai vari campi base del Qomolangma, e quaranta tra dipendenti e tecnici di China Mobile con una cinquantina di yak di supporto hanno allestito addirittura tre stazioni successive, tra i 5300 metri e i 6500 del Forward Camp.

Battendo i denti per il freddo e tenendosi i computer ben stretti al corpo anche di notte, sono riusciti persino a fare un test a 7790 metri ottenendo una velocità di download di 826 megabit/secondo e di upload a 70 Mbps, stando a quanto ha ben spiegato il China Daily del 15 maggio scorso. E non è che l’inizio: ora l’impresa di conquista via 5G di Xi Jinping si completerà in cima al mondo con una “bella” gettata di 25 chilometri di cavi per fibre ottiche, che costerà una fatica da orbi ai poveri nuovi schiavi in tuta di piumino rossa che dovranno muovere e posare nell’Aria Sottile qualcosa come 5600 kg di materiale!

E poi che cosa succederà è fin troppo facile da immaginare, considerando che sul versante nepalese l’Everest è già un ben noto ‘merdaio’ di rifiuti dei cosiddetti alpinisti. Va infine notato che per tutto l’annus horribilis del Covid il regime cinese si è dedicato a lucidare con la propaganda, che è ruotata anche intorno al successo del film The Climbers di Daniel Lee, l’esaltazione della conquista maoista della cima più alta del mondo (vedi quanto ha scritto Stefano Ardito il 16 giugno su montagna.tv).

Speriamo che le scaramucce di confine con l’India non distraggano troppo il resto del mondo e l’opinione pubblica da questa campagna imperialistica a 5G sul Tetto del Mondo e che la nuova coscienza ecologica diffusa si esprima anche contro questi piccoli grandi orrori in quota del neo-maoismo.

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