Uno dei pomi della discordia in mezzo all’emergenza pandemica è il tema dei vaccini e delle terapie farmacologiche. In questi giorni la cronaca sul tema idrossiclorochina si è articolata in un crescendo al limite del grottesco. Il presidente Usa Donald Trump la sponsorizza consumandola come fosse un normale soft drink, l’Oms prima ne dichiara inutile la sperimentazione e poi ritratta, complice l’autorevole – forse ora un po’ meno – rivista Lancet. Nel nostro Paese opposti schieramenti di ultras fanno il tifo per un trattamento farmacologico piuttosto che per l’altro. Con l’immancabile sospetto complottista. Ne è un esempio lampante il tema della plasmaferesi. Si tratta della possibilità che il plasma dei guariti, contenente una certa quantità di anticorpi contro Sars-Cov-2, possa essere un’arma efficace contro la malattia. Si è citato, per esempio, l’ospedale di Mantova dove sembra che più di ottanta pazienti siano guariti, tra cui una donna incinta. Con strascico di polemiche su presunti tentativi di sottacere un grande potenziale terapeutico o di ridimensionarne l’efficacia.

Sta di fatto che il 15 maggio è stato autorizzato dal Comitato Etico dell’Inmi “L. Spallanzani” lo studio “Tsunami”, una ricerca nazionale per valutare l’efficacia e il ruolo del plasma ottenuto da pazienti convalescenti da Covid-19. Ne abbiamo parlato con la dottoressa Patrizia Popoli, direttrice del Centro nazionale di ricerca e valutazione dei farmaci dell’Iss e Coordinatrice del Gruppo operativo sperimentazione che sta partecipando alla ricerca.

Dottoressa Popoli, ci può spiegare meglio che cos’è la plasmaterapia? Sappiamo, per esempio, che è stata già utilizzata in passato per altre patologie.
“La plasmaterapia consiste nella trasfusione del plasma prelevato da pazienti guariti in persone affette da Covid-19 in fase attiva. L’obiettivo del trattamento è di trasferire gli anticorpi sviluppati dalla persona guarita a quella malata, consentendole così di combattere il virus. E in effetti si tratta di una tecnica non nuova, applicata per esempio durante le epidemie da Sars ed Ebola”.

Vado subito al nodo cruciale, a che punto siete con la sperimentazione?
“C’è stata una prima fase, quella durante l’attuale epidemia in cui la plasmaterapia è stata utilizzata in via sperimentale in diversi centri italiani, ma i risultati degli studi non sono stati ancora pubblicati”.

E poi c’è lo studio “Tsunami”.
“Esatto. Questo studio coinvolge oltre 65 centri clinici in 13 regioni italiane. E punta a verificare se i pazienti trattati con plasmaterapia hanno un decorso clinico migliore di quelli non trattati (gruppo di controllo). Stiamo parlando di uno studio randomizzato, nel quale la distribuzione dei pazienti nel “gruppo plasmaterapia” e nel “gruppo controllo” avviene in maniera casuale, garantendo così risultati molto più affidabili. Tsunami consentirà di dare una risposta chiara sull’efficacia e sulla sicurezza di questa terapia in pazienti Covid-19”.

Se dopo questa fase di studio ci fosse il via libera per l’utilizzo della plasmaterapia nei casi di Covid-19, che prospettive si aprono?
“Se i dati confermassero l’efficacia della plasmaterapia in pazienti Covid-19, potremmo disporre di un’arma in più per combattere questa malattia. Ma questo non implicherebbe l’automatica interruzione della ricerca di altre terapie. Perché non sarebbe semplice garantire la disponibilità di quantità di plasma sufficienti per trattare tutti i pazienti. Inoltre, probabilmente non sarebbe una terapia valida in tutte le fasi della malattia“.

Per quale ragione?
Sappiamo che il Covid-19 è una patologia caratterizzata da fasi cliniche che riconoscono dei meccanismi diversi, per cui ciò che può andare bene nel momento in cui è necessario abbattere la carica virale può essere quasi totalmente inutile nel momento in cui si è ormai scatenata una grave reazione infiammatoria”.

Torniamo alle difficoltà di reperire il plasma per la cura.
“Per avere adeguate quantità di plasma idoneo è necessario identificare i donatori adatti, quindi soggetti giovani, in buone condizioni di salute e guariti da Covid-19 entro un certo lasso di tempo. Poi bisogna verificare che il loro plasma contenga effettivamente anticorpi neutralizzanti (cioè capaci di aggredire il virus). E non finisce qui. C’è un’ulteriore complicazione: nel plasma dei guariti il livello di anticorpi neutralizzanti è piuttosto variabile. Significa che in alcuni casi, pur essendo presenti, questi anticorpi non raggiungono livelli sufficienti”.

E sul fronte dei costi? Questa terapia sarebbe meno dispendiosa di altre possibilità farmacologiche attualmente allo studio?
“Non ho informazioni dirette su questo aspetto. Sembra però che gli esperti concordino che i costi di produzione del plasma siano abbastanza contenuti. Se questi dati fossero corretti, potremmo affermare che la plasmaterapia è meno costosa della maggior parte dei farmaci attualmente allo studio”.

Un dubbio che qualcuno ha ventilato è sulla sicurezza del plasma prodotto in questo modo. È escluso che possa trasmettere malattie infettive?
“Le procedure per la produzione e il controllo del plasma sono definite in maniera molto rigorosa dal Centro nazionale sangue. Il prodotto è quindi totalmente sicuro sotto ogni punto di vista”.

In conclusione, siamo di fronte a una terapia promettente, ma come molti esperti dicono, è un rimedio di emergenza, perché non può essere utilizzata ad ampio spettro…
“Come dicevo, esistono delle limitazioni nella possibilità di produzione del plasma. Questo elemento, insieme alla necessità di seguire specifiche procedure di produzione, controllo, trasporto, conservazione porrebbe ovvi limiti alla possibilità di un utilizzo molto diffuso della plasmaterapia”.

Intervista di Ennio Battista
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