L’amore per Alberto Sordi si eredita, almeno così è stato per me. Ha accompagnato la mia infanzia durante la quale ho guardato con i miei genitori tantissimi suoi film che ho rispolverato da grande, amandoli di nuovo perché ancora belli e perché mi ricongiungono con l’eden felice dei miei anni Settanta. E’ stato grazie a queste fortunate pellicole che ho perso la testa per certa musica cinematografica, proprio partendo dagli autori di quelle colonne sonore, Piero Piccioni (presenza costante, con il quale aveva uno stretto rapporto di amicizia) e Piero Umiliani.

A cento anni dalla sua nascita, Alberto Sordi è (meritatamente) ancora un solido pilastro del cinema italiano: versatile, bravo, unico, moderno e insuperato, ha scandagliato ogni sfaccettatura del nostro costume tramite personaggi, stereotipi e una miriade di espressioni del suo viso. Vizi, soprattutto quelli, cinismo e negatività, anche. Ci ha fatto ridere (a volte amaramente) interpretando in maniera acuta e impietosa anche il peggio della società della sua epoca, in qualche caso prevedendo accadimenti successivi, attuali ancora oggi.

Ogni volta che vado in centro cerco la meravigliosa Roma delle sue commedie, senza ovviamente più trovarla, come già succedeva a lui che si lamentava di come fosse cambiata, deturpata dalla mancanza di rispetto e sporcizia di chi ci viveva senza amarla. Tuttavia non l’abbandonò mai e non cedette alle lusinghe e al richiamo del cinema americano. Così come mai cedette agli spot pubblicitari, così come mai ha voluto fare politica.

Attore, doppiatore, regista, cantante. Avanspettacolo, radio, televisione, ma soprattutto cinema con oltre 200 titoli. Due tra tutti mi impressionarono da ragazzina, amari, drammatici, a tinte fosche: Lo scopone scientifico (Luigi Comencini, 1972) e Un borghese piccolo piccolo (Mario Monicelli, 1977).

I personaggi, l’attore e soprattutto l’uomo li trovo nel libro Alberto Sordi segreto (Rubbettino), scritto da Igor Righetti, giornalista, docente universitario, conduttore radiotelevisivo, direttore responsabile di molti giornali e autore di pubblicazioni ma, soprattutto, parente diretto di Alberto Sordi da parte di Maria Righetti, l’adorata madre. In allegato un cd con la canzone Alberto nostro, una stornellata romana dal ritornello molto orecchiabile che nel testo e nella scelta musicale rende omaggio al grande attore, scritta e interpretata da Righetti insieme al cantautore toscano Samuele Socci.

Testimonianze di parenti veri, amici veri, donne che hanno fatto parte della sua vita e alcune interviste ci restituiscono un ritratto vero dell’uomo Alberto Sordi, riscattandolo da chiacchiere e irriverenti maldicenze che circolano su di lui. Nelle pagine che rivelano queste dicerie, i commenti dell’autore mostrano un affettuoso e doveroso intento di esatta ricostruzione storica, al di fuori di curiosità pruriginose e sensazionalistiche.

E così scopriamo che era tradizionalista, amante di piatti tipici della nostra cucina e del Campari soda (come ricorda Pippo Baudo in uno dei simpatici aneddoti di cui è cosparso il libro), cattolico e religiosissimo.

Alberto Sordi non era affatto avaro, anzi, molto generoso con i bisognosi, attraverso le Fondazioni, le donazioni e gli aiuti elargiti con discrezione ed eleganza. Pur nell’abbondanza, bellezza, lusso e arte di cui si circondava, era parsimonioso e rispettoso del denaro, non avendo dimenticato la fatica anche economica degli inizi.

Sempre molto riservato riguardo la sua vita sentimentale, garbatamente ha corteggiato e tanto è stato corteggiato. Delle donne aveva grandissima considerazione e con loro ha avuto sia storie d’amore che avventure, pur negando a tutte l’accesso alla villa. Non si è sposato per non distrarsi dalla sua missione, scelta che ha rappresentato probabilmente un rimpianto nella fase finale della sua vita.

Desideroso di avere un pubblico sin da bambino, autodidatta della recitazione, vincitore pluripremiato di tanti premi tranne l’Oscar al quale nemmeno fu candidato mai, era un grandissimo stacanovista, tanto da rinunciare alla vita mondana notturna per studiare i copioni per il set del giorno successivo. Enormemente dotato di talento, sensibilità artistica e determinazione, aveva infatti dato tutto se stesso al lavoro, il mestiere di fare l’attore, inizialmente sconsigliato dal padre che purtroppo non riuscì ad assistere alla sua scalata, così come l’amatissima madre, insegnante, non visse l’orgoglio delle due lauree honoris causa assegnategli (interrotti gli studi, si era diplomato da privatista per far contenta lei).

Legatissimo alle sorelle e al fratello che vivevano con lui (e per lui lavoravano), cardini e baluardi della sua sicurezza affettiva, era altrettanto concentrato sulla sua seconda ‘famiglia’, il pubblico, verso il quale nutriva amore e profondo rispetto.

A questo proposito, molto toccante la trascrizione di un video ritrovato dal giornalista Enzo Coletta e pubblicato su Youtube, in cui Alberto Sordi, pochi mesi prima della morte, al chiuso del suo studio, affaticato dalla malattia dignitosamente taciuta, in occasione di una cerimonia cui non aveva potuto presenziare si rivolge al suo adorato pubblico, dispiaciuto di non poterlo incontrare e speranzoso di tornare a farlo successivamente, cosa che purtroppo non si realizzò.

Durante quei dieci minuti in cui parla visibilmente affaticato, critica per due volte l’imitazione fatta da Max Tortora (che non nomina) probabilmente ritenuta, superstizioso com’era, foriera di sfortuna. E forse se fosse stato meno scaramantico avrebbe fatto testamento, e se lo avesse fatto forse sarebbe riuscito a coronare anche il sogno di destinare la sua villa ad orfanotrofio.

Righetti tocca anche tasti dolorosi come le sorti del suo patrimonio, di quella splendida dimora affacciata sulle Terme di Caracalla che aveva tenuto lontano da occhi indiscreti per tutta la vita, rifugio per il suo privato di cui era gelosissimo, esposta invece poi a cambiamenti che probabilmente mai avrebbe autorizzato.

Chiudo il libro e mi rimane addosso la storia di quest’italiano che è riuscito a raggiungere tutti i suoi traguardi e che pure deve aver sacrificato tanto. Scende un velo di malinconia, sento di aver bisogno di una delle sue immortali battute.

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