Gli atti di indagine della procura di Trani sull’avvocato siciliano Piero Amara, arrestato nell’inchiesta sui falsi depistaggi Eni, e sul faccendiere Filippo Paradiso erano nascosti nell’auto dell’ex procuratore di Taranto Carlo Maria Capristo, arrestato il 19 maggio scorso dalla procura di Potenza. È quanto racconta La Gazzetta del Mezzogiorno in un articolo che svela anche dettagli dell’inchiesta che hanno riguardato i conti del magistrato accusato di aver fatto pressioni, per il tramite di suoi fedelissimi, sulla pm Silvia Curione, affinché accelerasse la richiesta di rinvio a giudizio nei confronti di un uomo denunciato per usura dai fratelli imprenditori Cosimo, Giuseppe e Gaetano Mancazzo, ritenuti vicini a Capristo.

Secondo quanto racconta il quotidiano pugliese, quei documenti erano nascosti sotto il tappetino della ruota di scorta del veicolo: sono stati i poliziotti della Squadra Mobile e i finanzieri di Potenza a ritrovarli nel corso della perquisizione avvenuta la mattina dell’arresto. Documenti su cui ora la procura potentina ha avviato una serie di verifiche e di accertamenti per approfondire una pista già avviata tempo fa dalla procura di Messina che ha iscritto Capristo nel registro degli indagati con l’accusa di falso.

L’indagine siciliana risale al periodo in cui Capristo guidava la procura di Trani ed è legata alla vicenda del falso complotto per depistare le indagini dei pm di Milano sulle presunte tangenti pagate dall’Eni in Nigeria che vede come uomo-chiave proprio Amara. Per provare a a ostacolare le indagini lombarde, infatti, Amara inviò una serie di falsi dossier a diverse procure e tra queste quella di Trani: Capristo inviò quel fascicolo all’allora pm Giancarlo Longo di Siracusa, uomo vicinissimo ad Amara, che dopo le accuse ha patteggiato 5 anni di reclusione e ha lasciato la toga. Per la procura messinese, però, Capristo avrebbe dovuto inviare tutto a Milano ed è per questo che è scattata nei suoi confronti l’accusa di abuso d’ufficio.

Ma le “coincidenze” con Piero Amara sarebbero poi proseguiti anche a Taranto: Amara entrò infatti nello staff di legali che prese parte alla “trattativa” del 2017 fra la procura di Taranto, guidata proprio da Capristo e i legali di Ilva in amministrazione straordinaria per costruire una proposta di patteggiamento che avrebbe dovuto consentire a Ilva di uscire dal maxi processo “Ambiente svenduto”. In passato, il predecessore di Capristo a Taranto, Franco Sebastio, con il pool di inquirenti che indagava su Ilva aveva respinto le richieste degli avvocati, ma con l’arrivo di Capristo qualcosa cambiò: la procura diede il suo assenso alla proposta di patteggiamento che fu tuttavia respinta dalla corte d’assise di Taranto.

Ma La Gazzetta del Mezzogiorno ha svelato anche nuovi dettagli dell’inchiesta potentina su Capristo. Come i movimenti “anomali” sul conto corrente del magistrato: in dieci anni, infatti, Carlo Maria Capristo avrebbe prelevato dai diversi conti oltre 500mila euro in contanti e “senza alcuna apparente giustificazione”, scrivono i finanzieri che hanno analizzato quei movimenti. Non solo. Tra le carte ci sarebbero anche versamenti di contanti per circa 130mila euro. Per gli investigatori si tratta di questioni particolarmente anomale dato che a famiglia di Capristo “percepisce solo redditi da lavoro dipendente”.

I finanzieri hanno inoltre chiarito che “a fronte di una redditualità medio alta, le spese in beni immobili e mobili appaiono irrisorie ma aumentano nell’ultimo periodo (2015-2018), lasso temporale in cui sono state acquistate tre autovetture (somma complessiva di circa 60mila euro) e una villa del valore di 565.300 euro. Tuttavia appare anomala, tenuto conto del reddito della famiglia di che trattasi, la modalità di acquisto dell’immobile, visto che lo stesso è stato oggetto di una compravendita coperta interamente da un mutuo di 620mila euro”.

Inoltre “il Capristo Carlo – svela ancora la Gazzetta – utilizza le carte di credito – in uso alla sua famiglia – per pagare qualsiasi tipo di spesa, anche la più irrisoria, si rilevano molteplici prelievi in contanti, effettuati anche nella stessa giornata presso diversi bancomat e sportelli bancari”. Insomma nuovi documenti che si aggiungo a quelli depositati nei giorni scorsi dal procura lucana che ha vinto anche lo scontro al tribunale del Riesame: i giudici hanno infatti confermato i domiciliari e trasformato l’accusa nei confronti di Capristo da tentata induzione a tentata concussione.

Ma soprattutto la vicenda sembra ormai destinata ad andare ben oltre i confini locali: il lavoro dei magistrati potentini guidati da Francesco Curcio potrebbe infatti ricostruire passo passo una serie di episodi che tengono insieme diversi territori e diversi interessi. E soprattutto che ruotano intorno a grandi società come Eni e Ilva. E quindi intorno al denaro. Ed è forse per questo che il procuratore Curcio, come riporta il quotidiano barese, ha ipotizzato nei confronti di Capristo anche la corruzione in atti giudiziari: per approfondire “particolari approfondimenti” anche sui rapporti con “facoltosi imprenditori pugliesi” e con “il circuito imprenditoriale/professionale che ruota intorno al noto avvocato Amara e all’appartenente alla Polizia di Stato e faccendiere Paradiso Filippo”.

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