Dopo il Tar di Reggio Calabria anche il Consiglio di Stato boccia il ricorso del Viminale sul caso Riace. È stato respinto, infatti, l’appello che il ministero dell’Interno aveva promosso contro l’annullamento del provvedimento con il quale, nell’ottobre 2018, era stato revocato il progetto Sprar. La sentenza è arrivata nei giorni scorsi e, anche se il nuovo sindaco leghista Tonino Trifoli non festeggia per la vittoria della sua amministrazione, di fatto contro il segretario del suo partito, l’unico dato certo è che per la seconda volta, i giudici amministrativi danno ragione al Comune di Riace e a quel modello di accoglienza dei migranti realizzato dall’ex sindaco Mimmo Lucano.

L’arresto di quest’ultimo (oggi libero e sotto processo davanti al Tribunale di Locri per la gestione dei fondi destinati all’integrazione dei migranti) e la sua sospensione da sindaco avevano dato la stura alla decisione del ministero dell’Interno, guidato all’epoca da Matteo Salvini, di revocare i progetti Sprar che, appena un mese prima, erano stati approvati dallo stesso Viminale. Ricostruendo la vicenda, il Dipartimento per le libertà civili e l’immigrazione del ministero aveva applicato 34 punti di penalità al Comune di Riace, decidendo a distanza di qualche settimana di revocare i benefici accordati all’ente nel 2016 facendo così saltare un finanziamento annuale di oltre 2 milioni di euro per un progetto triennale che prevedeva l’accoglienza di 165 immigrati. Il tutto senza spiegare nel dettaglio quali erano le problematiche contestate al Comune (che aveva anticipato le somme) e senza concedere un termine per sanare la situazione.

Secondo il ministero dell’Interno, infatti, la revoca era da considerare l’esito di una nota del 28 febbraio 2017. Per il Viminale quello era un avviso di sfratto, per il Consiglio di Stato era semplicemente “un atto risalente a quasi due anni prima, privo dei requisiti di sostanza e di forma”. Tra l’altro, nella sentenza firmata dal presidente Franco Frattini e dal giudice Stefania Santoleri c’è scritto che “il rapporto di collaborazione tra il Comune di Riace e il ministero risaliva a moltissimi anni prima in quanto il Comune di Riace aveva iniziato fin dal 1998 a prestare assistenza e protezione ai richiedenti asilo e mai erano stati adottati provvedimenti lesivi a suo carico”. Il Consiglio di Stato, quindi, sposa quanto stabilito dal Tar che, bacchettando il Viminale l’anno scorso aveva definito la revoca dei finanziamenti Sprar un atto “palesemente irragionevole e contraddittorio”.

Una revoca che, al netto dei tweet di Salvini, ha avuto un costo non solo economico, ma anche umano: basta pensare agli oltre 300 migranti andati via dallo Sprar e per i quali le cooperative hanno speso circa 100mila euro tra contributi di fine progetto, pocket-money arretrati e viaggi. Soldi che non sono mai stati rimborsati e che si sommano ai debiti delle cooperative (che dovevano essere saldati con i fondi bloccati dal Viminale) e ai contenziosi con i proprietari delle case affittate per ospitare i rifugiati. Per non parlare degli oltre 80 operatori sociali di Riace che hanno perso il lavoro. Adesso le lancette ritornano indietro di due anni e il Comune di Riace dovrà essere reinserito nel sistema Sprar dal ministero dell’Interno.

“Il giudizio su Riace l’hanno dato il mondo e i rifugiati che qui hanno trovato una dimensione di umanità”. È il commento di Mimmo Lucano che si definisce contento “per la sentenza del Consiglio di Stato che ha confermato quanto stabilito da Tar e quanto, ancora prima, rivendicato da noi. Dopo quella revoca, abbiamo mandato la rendicontazione del 2017 e del 2018. Quei soldi che ci spettavano, cosi come quelli del Cas, non sono mai arrivati. Speriamo che adesso, la prefettura (che non ha mai risposto alle nostre lettere) e il ministero dell’Interno finalmente rispettino la sentenza del Consiglio di Stato”. “Mi domando solo – conclude Lucano – chi pagherà, umanamente, per tutti quei migranti che con il provvedimento dell’ex ministro Salvini hanno dovuto abbandonare Riace rischiando di finire nelle baraccopoli come è stato per Becky Moses che è morta a San Ferdinando? Chi pagherà per una scelta politica studiata attentamente per delegittimare e distruggere quello che Riace rappresentava. Oggi i giudici ci danno ragione. Ma ancora nessuno ci ha chiesto scusa. Io sto aspettando con pazienza la fine del mio processo e, tra le tante accuse, mi difenderò anche per aver rilasciato una carta d’identità a un bambino di quattro mesi che senza quel documento non poteva essere curato in Italia”.

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