L’ex legale esterno di Eni Piero Amara e i “suoi complici” erano “tutti interessati a vario titolo a proteggere” l’amministratore delegato di Eni Claudio Descalzi. Lo si legge nel decreto di perquisizione eseguito giovedì dalla Guardia di finanza di Milano nell’inchiesta sul falso complotto-depistaggio condotta dall’aggiunto Laura Pedio e dal pm Paolo Storari. Con l’avvocato si sarebbero interessati alla vicenda Alessandro Ferraro, un collaboratore di Amara, il tecnico petrolifero Massimo Gaboardi, l’avvocato Giuseppe Calafiore, l’ex pm di Siracusa Giancarlo Longo e, “per conto di Eni”, l’avvocato Michele Bianco e Claudio Granata, capo del personale del Cane a sei zampe.

Secondo l’accusa, il piano sarebbe stato architettato per condizionare l’inchiesta sul caso Eni-Nigeria, attraverso anche le denunce a Trani e Siracusa di un complotto inesistente contro l’ad Descalzi. Giovedì, tra gli altri, è stato perquisito anche l’ex parlamentare di Forza Italia Denis Verdini. L’operazione di riguarderebbe, in particolare, presunte “utilità” all’ex avvocato esterno di Eni e all’ex manager (licenziato nel 2013) Vincenzo Armanna, imputato nel processo Eni-Nigeria assieme, tra gli altri, all’ad Descalzi. Utilità affinché tacessero sulla sospetta partecipazione all’ipotizzato falso complotto da parte, tra gli altri, di Granata e Bianco.

Nell’operazione, sviluppo di una più ampia indagine in corso da mesi, sono stati contestati in un decreto di una trentina di pagine, a vario titolo, i reati di associazione per delinquere, “induzione a non rendere dichiarazione o rendere dichiarazioni mendaci all’autorità giudiziaria” e corruzione tra privati. Già nei mesi scorsi, tra l’altro, sempre a seguito di un’altra perquisizione delle Fiamme gialle era emerso che, secondo i pm, attraverso una delle società del gruppo Eni, la ‘Ets trading &shipping’, sarebbero arrivati all’avvocato Amara 25 milioni di euro affinché tacesse sul coinvolgimento di manager Eni nelle attività di “inquinamento probatorio”, attuate dallo stesso Amara tra il 2015 e il 2016. Soldi arrivati, in particolare, secondo le indagini, alla società Napag, riconducibile ad Amara.

Nel decreto di perquisizione si legge che nelle “Procure di Trani e Siracusa” dal “gennaio 2015 sono stati incardinati procedimenti penali nei quali si accreditava la tesi (falsa) di un complotto organizzato ai danni di Descalzi da vari soggetti italiani e stranieri”. Questi procedimenti, scrivono i pm, “sono stati avviati e coltivati da Piero Amara” e dai “suoi complici” tutti “interessati a vario titolo a proteggere Descalzi”, indagato e poi imputato nel processo in corso sul caso Eni-Shell/Nigeria. In più, scrive la Procura, “il cambiamento di linea e l’attenuazione delle dichiarazioni accusatorie” nei confronti di Descalzi da parte di Armanna, ex manager Eni (licenziato nel 2013), nel “processo Eni Nigeria è stata determinata da promesse di utilità effettuate da Claudio Granata e Michele Bianco, attraverso Piero Amara: in particolare ad Armanna è stata promessa la riassunzione in Eni e lo ‘sblocco’ di alcuni appalti affidati dal gruppo Eni alla azienda nigeriana Fenog, di cui Armanna era consulente”.

Armanna, scrivono i pm, “aderiva alla richiesta” di ritrattare con “una memoria depositata” nel 2016, con “l’interrogatorio del 13 luglio 2016, il confronto con Claudio Descalzi” sempre di luglio, “le dichiarazioni spontanee rese al Gup” nel 2017 e ancora con una memoria, ma “non si avvaleva della facoltà di non rispondere in dibattimento” e rivelava, invece, “le pressioni subite per non rendere interrogatorio”. Inoltre, dal canto suo, Amara, arrestato nel 2018 in un’indagine congiunta Roma-Messina, “ha ricevuto denaro al fine di serbare il silenzio sul coinvolgimento di Bianco e Granata nelle iniziative giudiziarie di Trani e Siracusa”.

E gli sarebbero stati promessi “compensi professionali non inferiori ai 150.000 euro all’anno”. Per la Procura, dalle complesse indagini “sono emersi elementi gravi e concreti che consentono di ritenere che un gruppo di persone unite tra loro da stretti legami personali e/o di affari”, tra cui “dirigenti e avvocati interni ed esterni della società Eni”, abbia “dato vita ad una associazione a delinquere” per “intralciare l’attività giudiziaria”, “depistare e delegittimare, attraverso false denunce e la costruzione ad hoc di un complotto sorretto da missive anonime e documenti falsi” le inchieste milanesi. Procedimenti “che vedono coinvolta, fra gli altri, la società Eni”, Descalzi “e l’ex ad Scaroni, con il particolare intento di far risultare falsamente che quanto emerso” fosse “il frutto di una macchinazione ai loro danni”.

Eni ha emesso una nota con la quale “desidera confermare la propria stima nei confronti degli attuali dirigenti interessati” e ribadisce “la fermissima convinzione di essere parte lesa” e di continuare a “perseguire con rinnovato vigore e determinazione nelle sedi già adite la tutela della propria reputazione”. Il gruppo, prosegue la nota, “tiene a evidenziare con grande sconcerto che le accuse alla base dei provvedimenti sono state formulate dai signori Piero Amara e Giuseppe Calafiore, soggetti pluripregiudicati e Vincenzo Armanna indagato sia nel procedimento relativo all’Opl245, sia in quello relativo al cosiddetto ‘depistaggio'”.

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