Diouf scappa via sulla fascia sinistra. In area Bouba Diop è solo. Siamo a Seul. Si sta giocando la partita inaugurale della prima edizione asiatica di un Mondiale, in Corea e Giappone. È il 31 maggio. In campo ci sono Francia e Senegal. È il trentesimo minuto. Diop viene servito in area, vince un rimpallo fortunoso con il portiere dei Blues Barthez e mette in rete a porta vuota, praticamente da terra. Uno a zero. I transalpini sono sorpresi dall’atletismo senegalese. Il palo colpito da Trezeguet sullo zero a zero è l’unico vero acuto di una partita impalpabile. Gli strappi di Diouf e Fadiga sono un spina nel fianco per la coppia formata da Leboeuf e Desailly. Prima del fischio finale ci sono altri due pali. Uno per parte, colti da Fadiga e da Henry. Il risultato però regge. La prima sorpresa del torneo è servita. Più di tredicimila chilometri più a ovest una città vede le proprie strade invase dai tifosi. È Dakar, la capitale di Senegal.

Il Senegal è arrivato al Mondiale da quarantaduesima squadra del ranking FIFA. Solo la Cina ha una posizionata peggiore tra le 32 qualificate. Ventuno giocatori su ventitré giocano in Francia. I transalpini, campioni in carica, annoverano in attacco i capocannonieri di Italia, Inghilterra e Francia, rispettivamente Trezeguet, Henry, Cissé. Dietro di loro c’è Zinedine Zidane. O meglio, dovrebbe esserci: uno stiramento alla coscia sinistra durante un match di preparazione lo ha escluso per quell’esordio. Per la Francia è stato un duro colpo. A mancargli non è soltanto il giocatore più talentoso, ma anche quello capace di trascinare la squadra con la propria personalità.

La vittoria africana ha un doppio sapore. Non c’è solo una questione calcistica, ma anche storica. Il Senegal è stato una colonia francese per 145 anni. La sua indipendenza è arrivata nel 1960 senza spargimento di sangue. Una rarità nei processi di decolonizzazione. Però l’influenza francofona è rimasta forte. Oltre al wolof, il francese è una delle lingue ufficiali. La qualificazione al torneo iridato è arrivata proprio nel giorno più importante per i francesi: il 14 luglio. È il 2001 e mentre in Francia si festeggia la Presa della Bastiglia e la Rivoluzione, al “Léopold Sédar Senghor” di Dakar Diouf segna al Marocco la rete decisiva. A guidare la nazionale è seduto un allenatore eccentrico di 46 anni con alle spalle un’esperienza disastrosa con la Guinea. Si chiama Bruno Metsu ed è un francese. Prima della qualificazione mondiale ha condotto i Leoni alla finale di Coppa d’Africa 2002, persa ai rigori contro il Camerun di Eto’o. Metsu si lega indissolubilmente con la cultura del luogo. Impara il wolof e sposa una ragazza senegalese, Rokhaya N’Diaye. Inoltre decide di convertirsi all’islam.

È passata una settimana e il Senegal è chiamato al passo più difficile, la conferma. Siamo a Daegu e i Leoni soffrono contro la Danimarca. I danesi chiudono in vantaggio il primo tempo grazie a una rete di Tomasson. Il futuro milanista si vede anche annullare il raddoppio per un fallo di mano inesistente. Metsu decide di far entrare Henri Camara. Dai suoi piedi parte uno dei contropiede più belli mai visti in un Mondiale. Quattro passaggi di prima intenzione e Diao si trova davanti a Sorensen. Esterno destro morbido e palla in rete. I senegalesi hanno anche la palla del 2-1 ma Souleymane Camara calcia sull’esterno della rete. Il rammarico per la mancata vittoria è attenuata per lo zero a zero tra Francia e Uruguay. Ai Leoni basterà un punto contro la Celeste per accedere agli ottavi di finale.

Trentasette minuti di perfezione calcistica. È quello che il Senegal mette in mostra contro i sudamericani nel primo tempo. La squadra di Metsu gioca libera da ogni pressione. La loro forza fisica è straripante. Fadiga su rigore e una doppietta di Bouba Diop lanciano i senegalesi. Sembra tutto finito ma una rissa a fine primo tempo scuote gli uruguaiani. È una regola vecchia come il calcio: mai metterla sulla garra con la Celeste. Prima Morales e poi Forlan riaprono la sfida. A due minuti dalla fine Morales cade platealmente in area. È rigore. Recoba spiazza Sylva e completa la rimonta. Prima del fischio finale c’è ancora tempo per l’occasione che avrebbe estromesso il Senegal. Tiro di Dario Rodriguez respinto da Sylva, la palla si impenna e da un metro, a porta vuota, Morales spedisce di testa a lato. Mentre il tecnico dell’Uruguay Victor Pua mima il gesto del suo giocatore per poi disperarsi, Metsu esulta. Alla prima occasione il suo Senegal è agli ottavi di finale. Giocherà contro la Svezia.

Fadiga è squalificato. Metsu decide di dare ancora fiducia a Henri Camara, imprendibile contro l’Uruguay. Il Senegal deve fare a meno anche di Diao in mezzo al campo. È una sfida tra sorprese del torneo. Gli svedesi hanno infatti vinto il loro girone lasciandosi alle spalle l’Inghilterra ed eliminando l’Argentina. In quella squadra c’è anche un 20enne di cui si dice un gran bene. È Zlatan Ibrahimovic. Il suo ruolo però è in panchina. L’attaccante del Celtic Glasgow Henrik Larsson è considerato insostituibile. È proprio lui a portare in vantaggio la Svezia con un preciso colpo di testa su dormita generale della difesa senegalese. La reazione degli uomini di Metsu non si fa attendere. Un preciso destro dal limite di Henri Camara rimette le cose in parità prima dell’intervallo. L’uno a uno si trascina fino ai tempi supplementari. Se il palo di Svensson salva il Senegal, quello di Henri Camara condanna la Svezia. Siamo al minuto centoquattro e il giocatore del Sedan si incunea in area. Il suo è un debole sinistro di mezza punta, sufficiente però a far diventare il Senegal la seconda squadra africana in un quarto di finale. La prima volta era accaduto con il Cameron nel 1990 (il Ghana nel 2010 diventerà poi la terza squadra a raggiungere questo punto del torneo). Quello di Camara è l’unico golden goal realizzato dal calcio africano.

È il 22 giugno. Di fronte al Senegal c’è un’altra sorpresa del torneo, la Turchia di Senol Gunes. È la nazionale del portiere Rustu e dei suoi zigomi dipinti di nero, del tornante Hasan Sas e del trequartista Basturk. Metsu ha recuperato gli squalificati. Diouf è al centro dell’attacco, Fadiga e Henri Camara sulle fasce. Più che una partita per il Senegal è un vero e proprio appuntamento con la storia. Un intero continente è in attesa della prima semifinale. La tensione e la pressione si fanno però sentire. I senegalesi appaiono come bloccati. La velocità che ha tanto entusiasmato non c’è più. L’unica occasione degna di nota in 90 minuti è un tiro di Fadiga “salvato” sulla linea da Henri Camara. La favola si interrompe al minuto quattro del primo tempo supplementare. Rilancio di Rustu per Umit Davala, cross dalla destra e girata perfetta di Ilhan Mansiz.

Al rientro a Dakar i giocatori ricevono un’accoglienza trionfale. Per Metsu la sconfitta contro la Turchia è l’ultima partita sulla panchina senegalese. Per lui c’è l’Al-Ain, negli Emirati Arabi. I Leoni addirittura mancheranno la qualificazione a Germania 2006, ripresentandosi a un mondiale soltanto sedici anni dopo, in Russia. Di quel gruppo solo Souleymane Camara gioca ancora, nel Montpellier. Bruno Metsu ne s’era andato nel 2013: “Cancro del colon, del fegato e dei polmoni, mi hanno dato tre mesi”. È sepolto a Dakar.

Twitter: @giacomocorsetti

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