Siamo ancora nel bel mezzo della burrasca della pandemia, e non è facile, per chi deve tenere la barra dritta, riuscire a evitare scogli e secche, mantenendosi al tempo stesso lontano da maelstrom di fake news, mostri marini della disinformazione e triangoli dei no-vax. Il tutto mentre dei pazzi aprono falle nelle scialuppe, dicendo che è tutto un complotto di chi le ha messe a bordo, invitando a brindare alla libertà di opinione con dolcissima acqua di mare.

In questo folle contesto da anticamera della fine del mondo, ognuno di noi, giocoforza, è stato spesso costretto a pensare inizialmente alla propria cabina. Ora però è necessario guardare all’orizzonte con speranza e senza paura, cercando di anticipare le mosse necessarie a farci sbarcare nel modo giusto da questa arca su cui siamo ancora tutti a bordo.

A questo proposito, quando ho letto qualche giorno fa che i nostri governanti, tra partite Iva, casse integrazioni, buoni spesa e respiratori, avevano avuto la lungimiranza di destinare alcune risorse allo sviluppo del settore videogiochi, mi sono sentito fiducioso e sorpreso. L’industria dei videogame, già tra i settori più in forma del mercato mondiale, ha infatti ricevuto un impulso poderoso dal lockdown planetario, e si conferma come una delle locomotive del futuro. Sarebbe stato dunque folle non avere un vagone nazionale agganciato ad essa.

C’è però un problema a monte che non va assolutamente sottovalutato, e che rischia di minare alla base le buone intenzioni presenti nel Dpcm. Ad ora infatti, tutte le lezioni in presenza delle scuole di videogiochi sono bloccate e, insieme ad esse, tutte quelle delle cosiddette scuole d’arte, quei luoghi in cui si trasmette direttamente e in profondità l’esperienza necessaria a diventare programmatori, sceneggiatori, ballerini, musicisti, disegnatori, fotografi e così via.

Questo perché queste strutture sono state accomunate alle scuole pubbliche e alle università, ed è quindi stato concesso loro di continuare la formazione a distanza, bloccando di fatto ogni possibilità di lezione in presenza. Queste strutture, che nel nostro paese costruiscono dal basso un indotto fondamentale, sfornando le nuove leve del mercato artistico del futuro, e offrendo un indiscutibile contributo alla formazione sociale e umana dei loro discenti, subiscono oggi, certamente per l’involontaria miopia, un trattamento simile a quello riservato alle scuole dell’obbligo, da cui si differenziano però ovviamente per orari, dimensioni, accessibilità e capacità organizzative.

Sarebbe quindi giusto che venissero messe in condizione di tornare a lavorare in tempi rapidissimi, ovviamente nel pieno rispetto di tutti i protocolli di sicurezza. In base alla mia modesta ma diretta esperienza di formatore in aula e a distanza e di padre alle prese con le difficoltà quotidiane delle lezioni scolastiche al pc (o di come la chiama il mio pargolo la “tortura digitale”), vorrei ribadire un concetto: la didattica non può vivere di solo digitale, non tutta, soprattutto non quella artistica.

Bisogna salvare questo settore da un’ineluttabile chiusura, per preservare quel circolo virtuoso e lento a fiorire, che unisce le eccellenze umane del nostro paese con bambini e ragazzi destinati ad affermarsi nel futuro nei settori dei loro sogni.

Per sensibilizzare chi di dovere nei confronti di questo scenario, numerose realtà romane si sono riunite nel Co.R.S.A., Comitato Romano Scuole d’Arte, in cui sono confluite molte delle strutture più importanti e famose della città quali la Scuola Romana del Fumetto, la Rainbow Academy, il Vigamus o la Scuola di Cinema Sentieri Selvaggi, intenzionate a darsi forza, l’una con l’altra, per tornare a lavorare coi propri studenti superando il malinteso burocratico che le vede equiparate alle scuole statali.

Insieme a una petizione è stata sviluppata una relazione tecnica destinata al Presidente del Consiglio dei Ministri e ai Ministri dei Beni Culturali, dello Sviluppo Economico, della Salute, al Presidente della Regione Lazio, al Vicesindaco e Assessore allo Sviluppo Culturale del Comune di Roma, all’interno della quale sono state indicate, nel dettaglio, le misure che, come per le palestre, i bar o i supermercati, garantirebbero la sicurezza per la ripresa delle lezioni in presenza.

Si fa riferimento a norme di buon senso ormai ben sviscerate anche nell’immaginario collettivo quali gli ingressi contingentati, la rotazione delle classi, l’utilizzo di barriere fisiche, le garanzie di distanziamento interpersonale, oltre a controlli della temperatura all’ingresso, la sanificazione degli spazi, una grande attenzione all’uso degli ambienti comuni e l’utilizzo degli ormai fondamentali dispositivi di protezione individuale.

Tutte misure perfettamente alla portata di strutture serie e professionali, che permetterebbero loro di garantire lezioni con un livello di sicurezza uguale o perfino maggiore rispetto a quello offerto ad esempio da un viaggio in metropolitana, una visita in autoscuola o un allenamento in palestra. Ma l’essere vincolate allo stesso codice Adecodelle scuole statali rischia di non far nemmeno sollevare la questione nelle scuole d’arte sine die, o almeno fino al ritorno della quotidianità della campanella.

Per riprendere quindi le parole del Presidente del Consiglio Giuseppe Conte di qualche giorno fa, nel fare riferimento “agli artisti che ci fanno tanto ridere”, dobbiamo avere la lucidità di pensare che, se queste strutture non saranno messe in condizione di ripartire in fretta, avremo un futuro in cui si riderà ben poco, per la mancanza stessa di talenti formati.

Un futuro dominato da tabagisti e palestrati, da ottimi pizzettai domestici, e recordman della maratona in città, ma impoverito se non desertificato dal punto di vista artistico.

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