L’altezza minima richiesta per un lavoro può essere una violazione dei diritti umani. E per questo l’Italia dovrà risarcire una donna che sognava di entrare nel corpo dei Vigili del fuoco e che a causa dei suoi 161 centimetri non era stata ammessa. L’Italia, come ha stabilito la commissione delle Nazioni Unite per i diritti umani, “ha violato i diritti” di E. G. “imponendo un criterio sull’altezza non necessario e irragionevole”. Nel 1999, l’aspirante vigile del fuoco si era arruolata come volontaria nel Lazio. Nel 2007 aveva fatto domanda per un posto permanente, domanda che era stata respinta perché mancava del requisito di un’altezza minima di 1,65, requisito previsto indipendentemente per gli uomini e per le donne.

Lei non si era arresa e aveva allora contestato la decisione al Tar del Lazio, sostenendo che il requisito dell’altezza identica per uomini e donne rappresenta una discriminazione indiretta nei confronti delle donne, la cui altezza media è di 1,61 a fronte di 1 metro e 75 centimetri degli uomini. Tra l’altro i requisiti sono diversi per i vigili del fuoco volontari e per quelli professionisti. Bocciato il suo ricorso dal Tribunale amministrativo regionale, la donna si era rivolta al Consiglio di Stato, da cui pure era arrivata una bocciatura. Fino a quando nel 2016 si era rivolta alla commissione Onu per i diritti umani, che oggi le ha dato ragione.

“Secondo le nostre informazioni – si legge in una nota – c’è un divario significativo tra l’altezza media degli uomini e delle donne italiane e, stabilendo un’altezza minima di 1,65 mt. ben al di sopra della media delle donne, lo Stato ha escluso molte donne dai posti per vigili del fuoco. Questa situazione solleva preoccupazioni per una discriminazione indiretta, che lo Stato avrebbe dovuto contestare”. La Commissione chiede quindi che l’Italia risarcisca la donna e valuti la possibilità di ammetterla come vigile del fuoco professionista secondo la sua richiesta. Lo Stato italiano adesso ha tempo 180 giorni per indicare le misure che rimedieranno a questa situazione. Non solo: l’Italia dovrà assicurare che “ogni requisito per gli impieghi nel servizio pubblico sia necessario e proporzionato e che questi requisiti, che sembrano neutri e invece non lo sono, non incidano in modo negativo e sproporzionato sulle donne candidate“.

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