“Sono serena” nonostante le minacce. Così Silvia Romano ha risposto al responsabile dell’antiterrorismo di Milano, Alberto Nobili, che nel pomeriggio ha inviato un’auto dei Carabinieri a prelevare la cooperante milanese tornata a casa dopo essere stata sequestrata in Kenya e trasferita in Somalia, dove è rimasta per 18 mesi nelle mani del gruppo jihadista al-Shabaab legato ad al-Qaeda. Al centro delle indagini i numerosi messaggi, accuse e minacce ricevuti via social dalla 25enne dopo che, atterrata a Ciampino, ha dichiarato ai servizi italiani di essersi spontaneamente convertita all’Islam, prendendo il nome di Aisha, e di non aver subito violenze dai propri carcerieri. Al vaglio degli investigatori, che hanno sentito anche la madre, tutti i messaggi minatori, comprese alcune lettere. Gli inquirenti che si occupano invece di arrivare alla verità sul rapimento della ragazza stanno esaminando i video girati durante la prigionia e i tabulati telefonici che, finiti sotto la lente per la fitta rete di chiamate tra l’area intorno al villaggio dove è avvenuto il rapimento e la Somalia, potrebbero aiutarli a scovare gli organizzatori. L’attenzione degli inquirenti si concentra anche sulla ong per cui prestava servizio, Africa Milele, in particolare sui protocolli di sicurezza.

Nuovi controlli sui protocolli della ong – Le indagini erano partite giù durante il sequestro: gli inquirenti hanno ascoltato anche i vertici per verificare le modalità del viaggio e della permanenza della volontaria nel villaggio di Chakama. Ora, dopo il racconto fatto dalla ragazza, i magistrati potrebbero volere proseguire su questo filone: la Procura di Roma infatti potrebbe attivare nuove verifiche sui protocolli di sicurezza adottati per la permanenza di Silvia Romano in Kenya come referente della Onlus Africa Milele. Silvia Romano, già reduce da un’esperienza come volontaria in Africa, fece un colloquio e un corso online e poi fu mandata nel villaggio in Kenya. Conosceva l’inglese, per questo fu mandata in qualità di referente con diverse responsabilità: “Non fu mai lasciata sola”, ha detto la responsabile della ong Lilian Sora sottolineando che per la sicurezza c’erano due “masai armati di machete” ma uno di loro “era al fiume” quando la ragazza fu rapita. Silvia era arrivata il 5 novembre e fu rapita il 20: “non avevamo fatto in tempo ad attivare l’assicurazione”, ha detto Lilian Sora. La madre della cooperante milanese ha più volte ribadito di aver preso le distanze “da mo” dalla onlus per la quale sua figlia ha prestato servizio in Africa, ma “non sono io l’ordine preposto per parlare di queste cose, c’è una procura che indaga e ci pensano loro, io non rilascio dichiarazioni sull’argomento”, ha detto.

L’inchiesta sulle minacce – L’ipotesi di reato, ancora contro ignoti, intorno alla quale si svolgono le indagini è quella di “minacce aggravate”. Contro la 25enne, già dal suo arrivo in Italia, è iniziata una campagna di odio legata anche al presunto pagamento di un riscatto da parte dello Stato. Al vaglio dei pm di Milano c’è anche un post di Vittorio Sgarbi, il quale ha scritto che la giovane “va arrestata” per “concorso esterno in associazione terroristica”. Del post ha parlato, da quanto si è saputo, la ragazza nel corso dell’ultimo interrogatorio. Le pattuglie passano frequentemente sotto casa della giovane cooperante della ong Africa Milele, segno che anche da parte delle autorità c’è preoccupazione per la sicurezza della ragazza. A differenza di lunedì, giorno del suo ritorno nell’abitazione di famiglia, non c’è il presidio fisso di polizia e carabinieri, ma le pattuglie passano costantemente davanti al palazzo.

Il padre, Enzo Romano, ha invece parlato ai microfoni di Radio Capital: “Mia figlia sta come una che è stata prigioniera per diciotto mesi. Non è che se uno sorride sta benissimo, non confondiamo il sorriso con la capacità di reagire per rimanere in piedi dignitosamente da una situazione di cui si è preda e che ti porta poi ad andare nella depressione più totale. Meno male che ha un po’ di palle e cerca di reagire, ma è la sopravvivenza”. La madre invece ha fatto appello ai giornalisti che continuavano a farle domande: “Come vuole che stia? Provate a mandare un vostro parente due anni là e voglio vedere se non torna convertito”. “Usate il cervello”, ha poi aggiunto rientrando e ribadendo di non voler rilasciare altre dichiarazioni. “Vogliamo stare in pace, abbiamo bisogno di pace”.

Il medico di famiglia, Matteo Danza, dopo aver visitato la cooperante milanese nella sua casa di Milano ha dichiarato che “sta bene, come l’avete vista quando è arrivata, anche psicologicamente”. “Un controllo va sempre fatto dopo tanti mesi che si manca dall’Italia, è doveroso”, ha aggiunto il medico lasciando il palazzo di via Casoretto.

Le indagini, tabulati telefonici potrebbero portare agli autori del sequestro – Gli investigatori si stanno concentrando anche su una serie di tabulati telefonici che potrebbero ricondurre ai mandanti e agli organizzatori del sequestro di Silvia Romano. Agli atti dell’inchiesta per sequestro di persona con finalità di terrorismo ci sono, infatti, documenti acquisiti dai carabinieri del Ros nell’estate 2019 e messi a disposizione dagli inquirenti del Kenya.

In particolare, si tratta di tabulati telefonici che dimostrano come la banda di otto criminali che ha prelevato Silvia, nel novembre 2018, abbia avuto numerosi contatti con la Somalia sia prima che dopo il blitz avvenuto nelle vicinanze del villaggio Chakama, a circa 80 chilometri Malindi. Un elemento che avvalora ulteriormente l’ipotesi che quello della Romano sia stato un sequestro su commissione pianificato in Somalia.

Gli inquirenti stanno analizzando anche i quattro video girati dai carcerieri durante la prigionia come prova che la ragazza era ancora viva, mettendoli in connessione con la ricostruzione fornita dalla cooperante milanese. Questi potrebbero fornire elementi utili anche per agire sulla rogatoria con la Somalia: sono tutti stati fatti con un telefonino e girati dal carceriere che parlava inglese. “Mi diceva cosa dovevo dire, premettendo sempre nome, cognome e data”, ha ricordato Silvia Romano ai magistrati capitolini durante l’audizione di domenica scorsa.

Intanto, torna a parlare Lilian Sora, fondatrice della Onlus Africa Milele con cui collaborava Silvia Romano, che a Repubblica ha dichiarato di conoscere, a suo parere, chi ha tradito la ragazza favorendo il suo rapimento, dopo aver sostenuto nelle ore scorse che la sede della ong era tenuta sotto controllo da dei fiancheggiatori. “Certo che so chi ha tradito Silvia – ha detto – Ma l’ho detto a familiari e inquirenti e basta. Ho fatto le mie indagini, non per cercare di liberare Silvia ma per capire cosa fosse successo. E penso di averlo scoperto”.

Consigliere comunale in provincia di Treviso: “Impiccatela”
È polemica per le dichiarazioni di un consigliere comunale di Asolo (Treviso), Nico Basso, un ‘venetista’ capogruppo della lista civica “Verso il futuro”, ex assessore della giunta comunale leghista del comune trevigiano. In un post su Facebook, il politico ha pubblicato la foto della giovane con la scritta “impiccatela”. Il post, riferisce la stampa locale, è stato duramente condannato anche dal sindaco di Asolo, Mauro Migliorini, che ora sta valutando le richieste di dimissioni di Basso arrivate da più parti. L’uomo non è nuovo ai messaggi d’odio contro politici e rappresentanti delle istituzioni e, sempre sulla liberazione di Silvia Romano, ha pubblicato commenti offensivi anche verso il presidente del Consiglio, Giuseppe Conte, e il ministro Luigi Di Maio.

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