‘Ben poco passava la frontiera; per uno scherzo della natura, persino il Dnepr, il Don e il Volga scorrevano, dalle sorgenti alla foce, all’interno del territorio sovietico. In tal modo, il ritmo dell’industrializzazione, tanto cara a Stalin, non poteva essere valutato nemmeno attraverso eventuali scarichi in quei fiumi’.

Ingegneri di anime, dello scrittore e giornalista olandese Frank Westerman (traduzione di Franco Paris; Iperborea), è un magnifico e originale viaggio nelle vite dei “promotori di cultura” dell’Unione Sovietica che parte dai primi anni del periodo staliniano per svilupparsi negli anni del Grande Terrore e del secondo Dopoguerra.

Maksim Gor’kij, scelto dallo stesso Iosif Vissarionovič Džugašvili per mettere insieme un gruppo di 120 scrittori, parte con i suoi colleghi verso i penitenziari lungo il canale Belomor. La prova che dovranno affrontare, il loro contributo al piano quinquennale, sarà quella di mettere per iscritto la costruzione del canale come una storiografia istantanea del socialismo.

Tutto era iniziato nel 1932, quando Stalin si era presentato a una riunione di scrittori a casa di Gor’kij per affermare: ‘I nostri carri armati non valgono niente, se le anime che devono guidarli sono di argilla. Spetta agli scrittori, ingegneri di anime, forgiare l’uomo nuovo sovietico’.

Il libro collettivo dedicato alla costruzione del canale Belomor sarà l’inizio di quell’estetica proletaria della produzione, utile per celebrare quelle colossali opere idraulico-ingegneristiche dei primi piani quinquennali che, grazie al lavoro forzato dei Gulag, stavano domando la natura del territorio sovietico.

Questa una delle tantissime suggestioni che si trovano in Ingegneri di anime, percorso su carta e non solo, che prende avvio, quasi per caso, quando l’autore legge un libro di Konstantin Paustovskij dedicato al golfo di Kara-Bogaz.

Westerman, in oltre 360 pagine, si avventurerà sui percorsi liquidi dell’ex Unione Sovietica, in deviazioni di alvei fluviali, su migliaia di chilometri di canali e impianti di desalinizzazione dell’acqua di mare. Racconterà il dopo, tangibilmente, quando proverà a muoversi nel Turkmenistan (dove si trova il golfo di Kara-Bogaz celebrato da Paustovskij) governato dall’onnipresente Türkmenbaşy – il padre spirituale di tutti i turkmeni, Saparmyrat Nyýazow – e si concentrerà, a livello storiografico, sugli autori più o meno accomodanti e non sui famosi dissidenti che hanno fatto storia anche fuori dalla Russia: Platonov, Pil’njak, Il’f e Petrov, Vera Inber, Aleksej Tolstoj, Saša Avdeenko e, soprattutto, Konstantin Paustovskij, emblema tormentato nel rapporto ambiguo tra arte e potere, dedicatosi a celebrare l’industrializzazione dei più remoti territori sovietici.

‘Come era d’uso, gli fu intitolata una cima nella catena del Pamir. Il Picco Paustovskij misura 6150 metri e leva lo sguardo verso il Picco della Rivoluzione (6974 metri) e quello del Comunismo (7495 metri)’.

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