di Luigi Manfra*

Negli ultimi decenni, l’Italia ha registrato un forte aumento della disuguaglianza dei redditi. Questo inasprimento, tuttavia, non ha riguardato solo il nostro Paese ma l’insieme dei paesi occidentali, come evidenziano i dati del World Inequality Database (WID), uno degli archivi più estesi sull’evoluzione storica della distribuzione mondiale dei redditi e delle ricchezze. Il database utilizza il coefficiente di Gini come misura della diseguaglianza, indice che esprime sinteticamente la concentrazione nella distribuzione del reddito o della ricchezza. Valori bassi del coefficiente indicano una distribuzione abbastanza omogenea, con il valore 0 che corrisponde alla pura equidistribuzione, ad esempio la situazione in cui tutti percepiscono esattamente lo stesso reddito. Valori alti del coefficiente indicano una distribuzione più diseguale, con il valore 1 che corrisponde alla massima concentrazione, ovvero la situazione dove una persona percepisca tutto il reddito del paese mentre tutti gli altri hanno un reddito nullo.

Nella tabella seguente sono evidenziate le dinamiche della disuguaglianza dei redditi in Italia, nonché un confronto con alcuni importanti paesi, come Francia, Svezia, Regno Unito, Cina e Usa.

L’andamento di questo indice mostra un trend di crescita di quasi dieci punti dell’Italia nel periodo preso in considerazione, anche se il valore assoluto resta, insieme a quello della Svezia, ancora inferiore a quello degli altri paesi.

Insieme al reddito anche la ricchezza, cioè le attività finanziarie e immobiliari possedute, presentano la stessa dinamica. Alla fine del primo semestre del 2019, secondo l’Istat, la distribuzione della ricchezza nazionale netta, il cui ammontare complessivo si è attestato a 9.297 miliardi di euro, vede il 20% più ricco degli italiani detenere quasi il 70% della ricchezza nazionale, lasciando al 60% più povero appena il 13,3% della ricchezza nazionale. Confrontando il vertice della piramide con la base dei più poveri, il risultato è ancora più sconfortante. La ricchezza del 5% più ricco degli italiani, titolare del 41% della ricchezza nazionale netta, è superiore a tutta la ricchezza detenuta dall’80% degli italiani.

Questi dati, certamente peggioreranno quest’anno a causa dell’epidemia di coronavirus. Secondo i primi dati del Fondo Monetario Internazionale (FMI), il Pil italiano nel 2020 si ridurrà dell’8% o 9% con effetti negativi soprattutto sulle fasce più deboli della popolazione. L’effetto sarà un numero di poveri assoluti e relativi superiore a quello degli anni precedenti. In realtà la contrazione del Pil dipenderà dalla durata del lockdown la cui fine, ad oggi, è prevista ai primi di maggio.

Gli effetti più dirompenti si avranno sul livello di povertà delle famiglie italiane, il cui numero è destinato a crescere. I dati del 2018, gli ultimi disponibili, stimano le famiglie povere in senso assoluto, cioè quelle che non possono permettersi le spese minime per avere uno standard di vita ritenuto accettabile, in oltre 1,8 milioni per un numero complessivo di 5 milioni di individui, pari all’8,4% della popolazione totale. Le famiglie in condizioni di povertà relativa, cioè quelle che non possono acquistare determinati beni e servizi in relazione al reddito pro-capite medio, sono poco più di 3 milioni, pari a quasi 9 milioni di persone, il 15,0% del totale.

Le prime stime relative al 2020 prevedono un aumento dal 23,4 al 27.28%, per l’insieme dei due tipi di povertà. Una vera catastrofe che le misure del governo non saranno in grado di evitare.

Nel febbraio di quest’anno, secondo l’Istat, il tasso di disoccupazione era pari al 9,7%. Goldman Sachs prevede che il tasso di disoccupazione per l’Italia, nel 2020, arriverà al 17%, seconda in Europa, dopo la Spagna con il 23%. Non è difficile prevedere che a perdere il lavoro saranno soprattutto le categorie più svantaggiate, precari, lavoratori in nero, immigrati.

Una crisi economica di così ampie proporzioni che colpisce le fasce più deboli della popolazione, determinerà un ulteriore aumento delle disuguaglianze aumentando la distanza tra i ricchi e poveri.

* Responsabile scientifico del Centro studi Unimed, già docente di Politica economica presso l’Università Sapienza di Roma

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