Il mondo del lusso scalpita. La moda italiana e la sua filiera, unica al mondo per la qualità dei prodotti, è completamente ferma da un mese a causa dell’epidemia di coronavirus che solo in Italia ha causato oltre 23mila vittime. “È necessario ripartire subito, senza perdere tempo”, dicono le rappresentanze del settore, per non minare per sempre la preziosa realtà italiana, fatta anche di migliaia di piccole imprese e di artigiani, che da sola è la seconda manifattura in Europa con il 40% della produzione totale. Confindustria Moda preme sul governo e ha già siglato un accordo con i sindacati da cui è nato un protocollo per la sicurezza nelle aziende, con tutte le direttive da seguire quando si potrà riaprire. Già, quando. Negli ultimi giorni si sono susseguite indiscrezioni e ipotesi di date ma la decisione spetta al governo che ancora non si è espresso in merito. E così c’è chi inizia a fare da apripista: Gucci ha annunciato sabato che lunedì 20 aprile riaprirà il suo laboratorio di prototipi per pelletteria e calzature di Scandicci (Firenze). L’azienda spiega che ciò riguarderà un numero ristretto di lavoratori – circa il 10%, vale a dire più o meno 100 persone – e avverrà “nella massima sicurezza per i dipendenti, sulla base delle disposizioni dello scorso 10 aprile e dopo un accordo appena raggiunto con i sindacati per rafforzare il Protocollo di Sicurezza dello scorso 15 marzo, grazie anche alla consulenza del virologo Roberto Burioni dell’Università Vita-Salute San Raffaele di Milano”.

Le aziende toscane sono state le prime a chiedere – con l’appoggio del governatore Enrico Rossi – di poter ripartire prima del 4 maggio ma il governo ha precisato che, d’intesa con le Regioni, sta lavorando a “un piano nazionale con linee guida omogenee” per tutta l’Italia. “Noi siamo pronti a ripartire, vogliamo ripartire, con tutte le cautele necessarie ovviamente, però ci servono informazioni precise per organizzarci. Dobbiamo sapere cosa fare, è difficile dire subito ‘io parto’“, spiega a Ilfattoquotidiano.it Andrea Sonni, amministratore delegato di FGF, azienda della provincia di Firenze che produce accessori in metallo per la pelletteria di grandi brand del lusso, da Ferragamo a Prada e Fendi, solo per citarne alcuni. “Siamo qui a parlare di riaprire ma ancora non c’è nulla di concreto, non ci sono date né decreti legge che le istituiscano. Io ho già sanificato tutta l’azienda, riorganizzato il lavoro in modo da garantire la massima sicurezza e acquistato i Dpi per i dipendenti: volendo potrei aprire anche se me lo dicessero oggi per domani, ma tante altre imprese – prosegue Sonni -, penso ad esempio alle concerie o a chi produce filati, invece non sono ancora pronte, hanno difficoltà a riorganizzarsi secondo le nuove norme di sicurezza e gli sarebbe utile avere delle tempistiche certe. Siamo stati aperti prima quando il virus circolava più o meno incontrollato e ora che la situazione è sotto controllo ci tocca invece stare fermi. La clientela estera ci prende in giro”.

Ma c’è anche chi invece frena, mettendo in guardia sulle difficoltà che bisognerà affrontare poi alla riapertura come Fabio Blanco, product manager di Sps Manifatture, azienda del Salento che si occupa della progettazione e della realizzazione di capi per sfilate e intere collezioni di prêt-à-porter e couture donna per le grandi griffe internazionali del lusso. “Non bisogna avere in fretta, meglio una cosa tranquilla ma ben organizzata altrimenti rischiamo di farci tutti male – avverte a Ilfattoquotidiano.it -. Usare mascherine e sanificare gli ambienti lo facevamo già a marzo per cui dal punto di vista della sicurezza siamo pronti. Il problema vero sono le materie prime. Come noi anche i nostri fornitori sono rimasti chiusi quindi ci mancano i tessuti ma non solo, per questo è importante che se riparte il comparto moda riparta anche tutta la sua filiera produttiva, altrimenti è inutile. Avevamo il materiale in consegna il 15 aprile ma ovviamente non è arrivato, quindi potremo lavorare sulla progettazione e sui modelli, ma la produzione resterà ferma per almeno una ventina di giorni“.

Difficile quindi pensare, prosegue Blanco, che basti riaprire i cancelli per tornare alla normalità: “Per quanto ci si mostri reattivi, si scalpiti per aprire, bisognerà comunque poi aspettare, le commesse saranno ridimensionate, e si dovrà comunque lasciare a casa una parte dei lavoratori finché non sarà possibile tornare a pieni ritmi. Oltretutto i brand italiani per i quali produciamo non ci hanno ancora saldato i pagamenti in scadenza al 31 marzo, al contrario invece quelli esteri. Se iniziano a saltare gli incassi, scatta una reazione a catena e diventa dura. Noi riusciamo ad affrontare la situazione perché abbiamo le spalle larghe e prima di chiudere abbiamo saldato comunque tutti i 13 laboratori altamente specializzati che lavorano per noi, in modo che non facessero mancare gli stipendi ai loro dipendenti (si parla di 20-30 persone per ciascuno). Ma penso alle piccole imprese che già si trovano in situazioni di difficoltà: senza liquidità è difficile ripartire e rischiano di indebitarsi ulteriormente con le banche”.

Per questo, assodato ormai che il 2021 sarà un anno di grandi cambiamenti, i prossimi 3-4 mesi saranno cruciali per capire l’andamento di questo settore che vanta una filiera unica al mondo, con capacità artigianali rimaste ancora senza eguali e a cui ricorre la maggior parte dei brand del lusso. Non solo, oltre a contare per ricavi per oltre 90 miliardi di euro, impiega più di 580mila lavoratori. Il timore è quello della concorrenza di Paesi come Spagna, Turchia e Portogallo che per tutto questo tempo hanno continuato a lavorare nonostante l’emergenza coronavirus e che hanno un costo della manodopera ben minore rispetto a quello italiano. “Ora i brand si trovano a fare i conti con perdite ingenti e costi elevati da sostenere – spiega ancora Fabio Blanco di Sps Manifatture -, come ad esempio l’affitto dei negozi nelle vie del lusso, e potrebbero quindi pensare di risparmiare approvvigionandosi altrove, dove ci sono tariffe più concorrenziali ma non la nostra competenza e le nostre abilità artigianali motivo per qui poi tornerebbero inevitabilmente ad investire qui, in Italia. L’importante è che noi continuiamo ad essere un’eccellenza, a tenere standard altissimi e non svalutare il Made in Italy”.

A doversi riorganizzare non è solo il comparto produttivo italiano ma l’intero sistema moda. A lanciare il monito è stato Giorgio Armani, che in una lettera aperta ha parlato dell’importanza di sfruttare questo tempo di stop forzato per ridefinire i ritmi di un settore che fino ad oggi è stato troppo frenetico, con le collezioni che dopo un mese sono considerate già vecchie. “La moda lavora con un anno d’anticipo quindi sarà inevitabile, come ha spiegato Armani, rivedere i ritmi produttivi”, conferma Sonni di FGF. Ora occorre quindi focalizzarsi sulla ripartenza anche se la disomogeneità tra le situazioni dei vari Paesi colpiti dal virus non aiuta: Cina e Corea del Sud ora stanno ripartendo ma dall’altra parte c’è tutto il mercato americano fermo, con gli Usa ancora in piena emergenza sanitaria. “Il campionario presentato alla fashion week di Milano a febbraio è stato un fallimento: mancavano quasi tutti i buyer asiatici e mostrare loro i prodotti via webcam non è certo la stessa cosa. Poi è scoppiata la pandemia di coronavirus che ha bloccato tutto – conclude Sonni -. Adesso a maggio dovrebbe esserci la presentazione delle nuove collezioni ma anche lì c’è grande incertezza, sicuramente il campionario subirà modifiche dovute alle nuove tempistiche di produzione e distribuzione. Nessuno potrà infatti ripartire al 100%: per rispettare le norme di sicurezza noi per il momento avremo presente solo un 30-40% del personale, poi tra un mese vedremo come è la situazione e valuteremo se far rientrare altri lavoratori in modo da tornare al più presto alla normalità”.

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