La burocrazia ci soffoca, ci stritola. Ostruisce e danneggia. Se va bene rallenta i nostri progetti, se va male uccide. Siamo tutti d’accordo: la burocrazia è il nostro virus permanente, l’infezione che ci tiene perennemente sospesi tra la vita e la morte. Tutto questo unanimismo contro i burocrati d’ogni razza o specie è sospetto. Temo che odiamo la burocrazia soltanto quando intralcia noi. In effetti siamo abituati a utilizzare codicilli e ordinanze, i commi e loro sub dalla tenera età. Ricordo con raccapriccio quel che i miei colleghi genitori riuscivano a combinare già alla scuola elementare. I figlioli, povere anime, senza colpe. Tutto un fiocco di frecce intinte nell’inchiostro del diritto e del rovescio. Per una passeggiata fuori d’ordinanza, una mela bacata, un ordine di servizio, una porta schiodata. Lettere e osservazioni. In punta di diritto e di rovescio. Si sale con l’età e altri diritti (e rovesci) alla porta. Fai il concorso? Chi lo vince può perderlo, perché chi l’ha perso può vincerlo. Un appalto? Idem. Sotto ogni richiesta è accampata la domanda furtiva, e ogni provvidenza prevede una furbata all’ingresso.

Dunque, ricapitolando. Siamo tutti contro la burocrazia, e siamo tutti per sveltire le azioni, fare i fatti e non pestare nel mortaio della maldicenza. Vorremmo essere veloci, e dunque i burocrati ci rallentano. E questo è il diritto. Il rovescio della questione è che quando noi subiamo una esclusione, perdiamo punti nella categoria dei protetti, invochiamo l’odiato burocrate e la sua ultima ordinanza che capovolge la precedente che a sua volta modificava il testo originario reinterpretando la norma. La verità è che amiamo il diritto (ma il rovescio ci piace troppo).

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