La Regione Veneto e la Regione Lombardia hanno amministrazioni con la stessa estrazione politica, la Lega, ma differente pensiero sanitario che si è espresso in modo evidente e che ha fatto guadagnare ai veneti la vittoria contro il nemico invisibile almeno nella fase acuta.

Premetto che nulla ho da dire sull’impegno di tutti gli operatori sanitari e dei medici che hanno avuto purtroppo molte perdite – e comunque parliamo di territori molto differenti, con popolazione di circa cinque milioni in Veneto e di circa il doppio in Lombardia – ma la risposta del “gruppo” ha fatto acqua da tutte le parti nella regione più stimata in Italia per la sanità.

Perché tutto questo? Lo Stato centrale che dovrebbe dirigere, pur non avendo poteri assoluti per l’articolo V della Costituzione, ha dimostrato più volte di non chiarire in modo netto i comportamenti da attuare (si veda ad esempio il comportamento di bimbi e genitori), per cui le Regioni hanno seguito criteri non univoci.

Alla base della strage che ha colpito la Lombardia c’è comunque la scelta scellerata, partendo dalle amministrazioni formigoniane, di aprire indistintamente al privato, accreditandolo senza controllo accurato, in modo da permettere ad esempio a due gruppi “principi”, il San Donato che ha come Ad Angelino Alfano (!) e il gruppo Rocca, di spartirsi la massima fetta di mercato che ai dati del 2013 era di circa il 60% sul totale delle prestazioni, non esigendo le stesse caratteristiche rispetto al pubblico: sempre gli stessi dati dicono che la medicina di rianimazione privata era di 13 unità mentre il pubblico ne garantiva 45.

Uno squilibrio enorme, e una conseguente riduzione della possibilità di intervenire in emergenza che si è fatta sentire. Anche l’intervento per mettere una pezza, con costruzione tramite donazioni, di nuove strutture (padiglione Fiera, nuova rianimazione al San Raffaele e numerosi ospedali da campo) non ha permesso la differenza di gestione con i vicini veneti.

Bisognava pensarci prima, come spiego da anni. Il monitoraggio sanitario aggiornato al 1 aprile stabilisce che in Veneto si sono avuti 9748 casi positivi con 517 deceduti, mentre in Lombardia si sono avuti numeri da vera e propria guerra con 70641 casi positivi e 7593 persone che non sono sopravvissute. Valori assurdi dettati anche dalla scelta differente.

La sanità veneta ha spesso ancora una enorme presenza attiva sul territorio di medici di base che in Lombardia sono stati lasciati soli a gestire una situazione insostenibile, la quale ha portato a tanti cittadini ospedalizzati che hanno messo in crisi il sistema, portando le strutture ospedaliere e assistenziali a costituire il problema del contagio e non la soluzione.

Come dice il dottor Giorgio Palù, uno degli studiosi italiani più stimati, chiamato da Luca Zaia ad organizzare l’emergenza, “il Veneto ha ancora una cultura e una tradizione della Sanità pubblica, con presidi diffusi sul territorio. La Lombardia molto meno”.

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