Il 5 aprile del 2018 sono stato operato di cancro con tecnologia robotica presso l’Ospedale Pedersoli di Peschiera del Garda (Verona). Di quell’evento e dell’ancor più angoscioso periodo di lista di attesa ho veramente pochi ricordi. Ho cercato di rimuovere quanto più possibile. Mi restano dei flash, lampi di luce accecante e improvvisa, che ogni tanto mi squarciano la mente.

Ricordo bene l’ultima passeggiata fatta con mia figlia sul lungolago di Peschiera: lunghissima, interminabile, fatta quasi di corsa mentre le raccontavo tante cose e davo comunque istruzioni su cosa doveva fare in ogni caso nei giorni successivi. Ricordo bene la voce dell’anestesista che mi chiedeva se ero ancora presente prima di capovolgermi a testa in giù per sottopormi alle “cure” del robot. Ricordo bene la risposta: “Adesso so che non posso fare più niente per fuggire!” e poi più nulla.

Ricordo il risveglio: lento, non doloroso, ma mi era impossibile muovermi anche solo per piegarmi su un lato. Ricordo i giorni, tanti, interminabili, nei quali sono rimasto bloccato a letto senza potere girarmi, potevo soltanto regolare l’inclinazione dell’ottimo letto ospedaliero. Ricordo le notti infami trascorse ai piedi del mio letto da mia moglie su una pessima poltrona.

Ma, una volta risvegliatomi, e indipendentemente dalle risultanze delle visite mediche, dei controlli e delle analisi, ero sicuro di avercela fatta, di essere stato salvato, che sarei tornato a vivere comunque, che non sarei morto per quel cancro del quale mi ero operato. Avevo, come ogni ammalato deve avere, fiducia assoluta nei medici cui mi ero affidato. Sapevo di essere in buone mani, che avevo ritenuto le migliori in Italia in quel momento e per quel tipo di intervento e patologia.

Solo io sapevo, che, alla fine, la scelta del professionista cui affidarmi era stata fatta perché quel chirurgo che mi ha operato mi ricordava in modo impressionante il cappellano del mio ospedale che mi voleva bene. Mi aveva trattato con dolcezza e gentilezza infinite, indipendentemente dal fatto che fossi stato un collega. Ero semplicemente un ammalato da salvare e prima di tutto da rassicurare. Ero certo che tutto sarebbe andato bene. Ero certo che avrei potuto continuare a vivere, e raggiungere quella che in oncologia si chiama “guarigione”.

Guarigione in Oncologia è sempre un termine “inappropriato”, spiegava Umberto Veronesi, perché per guarigione si intende non certo la piena restitutio ad integrum con relative funzioni, ma perché viene mantenuta la medesima “aspettativa di vita media” che avrei avuto senza la malattia per cui mi operavo. Posso cioè raggiungere la aspettativa di vita media che avevo prima di ammalarmi, ma sempre con pezzi e funzioni mancanti, al contrario di quello che avviene, ad esempio, dopo una polmonite.

Guarire da una polmonite, come anche da questa da Covid-19, in cui si può morire in pochi giorni se non si interviene subito e si cura al meglio possibile, anche in Terapia intensiva con intubazione, è invece possibile: è un termine “appropriato”. Il polmone torna come prima, si torna a vivere e respirare come prima, come ben sanno tutti i giovani anche sportivi che si stanno ammalando. La guarigione con piena restitutio ad integrum è la regola, dopo una polmonite anche gravissima come quella da Covid-19.

Ma due cose erano imponderabili e di una gravità eccezionale mai sperimentata prima e ci stanno angosciando tutti: la assoluta incertezza su come difendersi al meglio prima per evitare la infezione e dopo, la assoluta incertezza di procedure validate e soprattutto precoci, rapide, di intervento terapeutico efficace. E disponibili per tutti! Dalle esperienze ormai mondiali, riportate su tutti i media, sai che puoi passare dal benessere alla morte in pochi giorni. Può scoppiare improvvisa una febbre di cui nessuno, in tutti questi anni, si sarebbe preoccupato. In tre-sei giorni, il virus si diffonde in profondità nei polmoni, e provoca una reazione infiammatoria cosi intensa da farti morire soffocato senza ausili meccanici esterni come l’intubazione, che, nel corso dei più pesanti interventi chirurgici anti-cancro, dura per il tempo della operazione e del risveglio, mentre in questa polmonite può durare, per salvarti, anche decine di giorni. Devi essere fortunato per avere posto letto e ventilatore.

Oggi, alla vigilia del secondo anno della mia operazione, vivo questo isolamento domiciliare con maggiore angoscia di quanto ho vissuto la vigilia della mia pur terribile operazione chirurgica. Allora avevo la certezza che mi sarei salvato, se fossi uscito dalla operazione. Adesso vivo nella angoscia di infettarmi perché non abbiamo ancora certezze nei protocolli di intervento e farmaci disponibili subito anche a casa (come la idrossiclorochina e gli antivirali) per sperare di evitare di dovere ricorrere alle Terapie intensive, sapendo pure che tutti questi meravigliosi reparti di trincea, in questi giorni, sono ormai saturi dappertutto, non solo nella mia regione.

Io non sono ancora troppo anziano, ma presento quelle comorbilità importanti per le quali l’Iss ha certificato oltre il 50% di rischio di morte anche precoce in caso di infezione da Covid-19. E siamo la Nazione con il massimo mondiale di letalità, specie nei pazienti con le mie caratteristiche.

Ancora non abbiamo concretizzato i migliori percorsi diagnostici ma anche terapeutici domiciliari per tutti. Non sono affatto sicuro di potere richiedere ma soprattutto ricevere, a casa, i farmaci necessari entro tre giorni dalla insorgenza della febbre, per potere almeno sperare di non morire, a casa o in ospedale. Ho l’unica certezza di salvezza nell’evitare di ammalarmi, nel rispetto rigido e massimo del distanziamento sociale. E vivo in una angoscia di gran lunga maggiore di quella che ho vissuto alla vigilia della mia operazione di cancro, esattamente due anni fa.

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