Se questa fosse una guerra, l’ospedale Papa Giovanni XXIII di Bergamo sarebbe il fronte estremo e i reparti di Terapia intensiva, Infettivologia e Pneumologia le trincee più esposte. Ma Marco Rizzi, primario del reparto di Infettivologia in cui lavora del 1987 e dopo 28 giorni di lavoro senza sosta, ha la forza di dire: “Siamo ancora in piedi, ne usciremo. Da 48 ore abbiamo segnali di miglioramento”.

Una prospettiva nello “scenario da disastro” con 4648 infettati nella zona e 480 ricoverati per Covid 19. Anche se, come spiega il medico al Fatto Quotidiano, essendo il “sistema emergenze-urgenze sotto stress capita che” molti “siano un pochino abbandonati. Ci chiamano e c’è gente che dice di aver atteso ore e quando richiamano ci dicono che nel frattempo qualcuno è morto”. Sono le altre vittime del virus a Bergamo, gli invisibili che non entrano nei bollettini. Del resto “chi non è malato e non è morto, è contagiato, quello che vediamo nei dati ufficiali è solo la punta dell’iceberg“.

Cosa intende professore?
Che la maggior parte delle persone nella nostra zona è contagiata: il serbatoio di persone infettabili è finito. Non abbiamo screening di casi sommersi, ma sappiamo che molti muoiono in casa e nelle Residenza sanitarie assistenziali. Il dato pulito lo avremo tra qualche mese con l’Istat. Poi ci sono gli altri morti: le emergenze e le urgenze prima venivano gestite in pochi minuti, adesso i tempi sono molto più lunghi. Ci capita tutti i giorni di avere persone che dicono di aver atteso tanto e ci capita che, ahimè, dicano che hanno qualcuno in casa che sta male e poi ci ritelefonano per dire che è morto. La tempestività non è la stessa di due mesi fa. Gli ospedali sono correlati al Covid, la disponibilità e l’attenzione alle cure a tutti gli altri si cerca di assicurarla, ma non è tutto come un mese fa. Questo è inutile nasconderlo. Ci saranno due tipologie di morti: quelli per coronavirus e quelli per altre patologie perché non sono stati trattati con la tempestività e qualità di cura che in tempi normali si riescono ad assicurare.

Quindi i morti per e a causa di Covid sono molti di più di quello che sappiamo
I numeri sull’eccesso di mortalità, comune per comune e provincia per provincia, li avremo fra qualche mese. Molte persone non ricevono la diagnosi, non fanno l’esame virologico. Il tampone si fa alle persone che arrivano in ospedale con una condizione clinica di gravità tale da meritare il ricovero. Ma alla persona che è a casa con la febbre, con qualche sintomo respiratorio si consiglia di stare a casa e fare terapia sintomatica e fare riferimento al medico di base. Tutta quella parte lì di pazienti non la troviamo nei numeri che vengono fatti circolare.

Come si è arrivati a tutto questo?
Il virus è circolato nelle settimane scorse, prima delle misure più restrittive. Abbiamo avuto un problema all’ospedale di Alzano: pazienti e operatori contagiati e poi la comunità di Nembro. Ci sono stati giorni, forse settimane in cui gli infetti sono stati a contatto con altri pazienti e personale sanitario. Chiaramente l’infezione si è amplificata, è passata da persona in una zona concentrata. Va detto che succedeva in giorni in cui il sospetto coronavirus era associato, secondo le linee guida nazionali e internazionali, alla Cina o contatti con malati provenienti da lì. Ad Alzano quel dato non c’era ancora, per cui chi ha avuto in cura quei pazienti solo dopo ha pensato alla possibilità coronavirus. Quando si è chiarito era tardi, certo c’era il campanello d’allarme di Codogno, ma tutti con il senno di poi tutti potremmo dire che bisognava fare la zona rossa. Ora è tutto molto evidente. Misure più precoci non ci avrebbero fatto arrivare a questo punto, avremmo numeri più bassi ma questo è ovvio

C’è stata sottovalutazione oppure non si è voluto sigillare una zona così produttiva?
Non credo che nessuno abbia assunto e deliberatamente corso questo rischio. Francamente non ho motivo di pensarlo. Non si poteva bloccare tutto subito; bisognava capire se si trattava di un caso isolato o un focolaio. Sono scelte difficili e non credo che si pensasse a evitare danni economici o di immagine.

C’è chi parla di casi di polmoniti anomale già a gennaio?
Dati di certezza non ne ho su gennaio. Ma ai primi di febbraio il virus già circolava e la partita si è giocata negli ultimi giorni di febbraio: tra il 21 e il 29 quando stava emergendo l’evidenza che lì c’era un problema più grande, uno scenario più grande.

Quanti morti invisibili ci potrebbero essere?
L’eco di Bergamo normalmente ha una pagina di necrologi. In questo periodo ne ha una dozzina.

Quando andrà meglio?
Abbiamo da 48 ore segnali di miglioramento. Le ultime 48 ore non sono state brutte come i giorni scorsi. Ma siamo partiti il 21 febbraio con il primo caso e non ci siamo più fermati. Abbiamo riconvertito il reparto malattie infettive da 40 a 48 posti, ma quello è stato facile c’era già lo staff. Abbiamo spostato altri pazienti con patologie infettive in altri ospedali, in altri reparti, abbiamo dimesso e ridotto i ricoveri.

Ma non è bastato
Abbiamo dovuto per gradi aggiungere pezzi di ospedale soprattutto sull’area critica della Terapia intensiva e subintensiva. Stiamo aggiungendo posti nei blocchi operatori e nelle recovery room. I colleghi intensivisti stanno aumentando i posti. Ma bisogna riconvertire anche le persone: quindi internisti, chirurghi specialisti e così via. Medici e infermieri hanno dovuto adattarsi a contesti assistenziali diversi da quelli cui erano abituati.

Come avete fatto?
Lo abbiamo fatto per gradi, abbiamo costruito mini corsi sulla gestione per la ventilazione del casco (per far respirare i pazienti, ndr) e sulle misure protezione. Nel giro di qualche ora le competenze c’erano. Abbiamo formato equipe miste con specialisti. Nel giro di un mese ci siamo arrivati.

In questi giorni si è parlato di un ospedale da campo?
Noi abbiamo due livelli di problemi: la terapia intensiva con i pazienti che vanno intubati. C’è tutta una Covid area dedicata che non ha eguali nel mondo, ma ovvio l’epidemia è qua e andare oltre è difficile anche perché serve personale adeguatamente competente. Se l’ospedale campo fosse in grado di offrire quel livello di assistenza sarebbe prezioso perché noi stiamo trasferendo pazienti intubati a Bari, a Cosenza e dove riusciamo a trovare posto. C’è poi un altro livello: sono le persone che sono a casa che faticano ad avere assistenza perché anche i medici sono malati. Sono le persone che telefonano al 112 e non hanno risposte in tempi rapide. Su queste persone c’è una difficoltà, sono un pochino abbandonate. Non sono gravi da ospedale, ma a casa da sole non ce la fanno peggiorano e non arrivano in tempo in ospedale. Noi come Papa Giovanni non abbiamo medici da mettere lì però. L’ospedale da campo deve stare su con le sue gambe.

Si è parlato dell’arrivo di personale dalla Cina
Sì, 40 medici intensivisti e 60 infermieri. Bisogna capire il progetto: si avrà bisogno di interpreti e facilitatori vari. Noi inoltre non potremmo inserirli qui, non c’è lo spazio.

Quando ci sarà una terapia?
Ci sono cose interessanti: sul remdesivir è partito uno studio, si tratta di un farmaco per Ebola.La ricerca è in fase III, siamo abbastanza avanti. Ma per la registrazione bisogna dimostrarne l’efficacia e ci vorranno un po’ di mesi. Ci sono poi gli anticorpi monoclonali che possono aiutarci nel controllo della malattia come il tocilizunab e ci sono altre molecole ma è presto onestamente. Vale la pena di lavorarci e nel giro di non molte settimane potremmo già trarre le conclusioni.

E un vaccino?
Ci si arriverà sì, ma con questi tempi il virus fa in tempo a fare il giro del mondo. Quello che si spera è che chi si infetta acquisisca qualche immunità protettiva come succede nella maggior parte dei casi con anche se non sarà una protezione al 100%. Stiamo facendo la prima ondata di un virus che nessuno di noi ha mai incontrato, nessuno ha immunità ed è ovviamente un disastro perché è l’epidemia più grossa che abbiamo avuto dopo la spagnola del 1918, a parte l’Aids che ha una storia drammatica ma diversa. Speriamo che il prossimo giro non sia così disastroso, ma non possiamo permetterci di aspettare mesi.

Alcuni ricercatori ipotizzano uno spostamento del virus da Est a Ovest su determinate latitudini. Cosa ne pensa?
Ho letto di queste ipotesi su aspetti climatici. Non saprei, vedremo. Probabilmente invece per quanto riguarda l’Africa subsahariana c’è una genetica ridotta suscettibilità all’infezione, probabilmente legata a qualche caratteristica dei recettori o piuttosto a meccanismi di risposta infiammatoria perché sembra che lì non faccia danni e sembra che non li faccia anche nelle comunità che vivono nelle nostre parti che sono state esposte tanto quanto chi è nato e vissuto da sempre in queste regioni.

Quando torneremo alla normalità?
Non saprei, le zone di contagio non sono in sincro. Il Milanese sicuramente ancora non è ancora coinvolto, quando l’onda sarà passata qui, ci saranno altre parti che staranno peggio però ci saranno anche gli effetti dei provvedimenti che avranno sicuramente un impatto. Qui a Bergamo potremmo venirne a capo in un paio settimane, speriamo di non dover tener duro troppo a lungo perché diventa difficile chiedere ulteriori sforzi.

Ultima domanda: correre da soli può essere pericoloso per gli altri?
Sicuramente non si trasmette il virus, ma il problema è stabilire regole. Se tutti sono liberi come si fa a controllare che non si formino capannelli o assembramenti. C’è una emergenza, contare sul buon senso è una scommessa che non farei perché la paghiamo con i morti questa scommessa.

Credit Matteo Mottari per foto professor Marco Rizzi

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