da Gerusalemme

Due milioni di esseri umani vivono nello spazio di soli 365 chilometri quadrati, in uno dei luoghi più densamente popolati del Pianeta Terra, confinati in una gabbia da cui non possono fuggire. Devono vivere la propria vita entro i confini di questa terra in rapido deterioramento, alcuni persistono nella speranza che un giorno le cose possano cambiare, molti sopravvivono con la consapevolezza che non potranno mai farlo. Chiamiamo questo posto la Striscia di Gaza, ed è sotto il blocco israeliano dal 2007. Ora è marzo 2020 e l’Onu ci dice che l’assistenza sanitaria a Gaza è al “punto di rottura”.

Il nuovo coronavirus è un problema di interesse globale e in un breve lasso di tempo è apparentemente ovunque. I primi due casi sono stati appena confermati nella Striscia, dove si dice che quelle persone sono rientrate a Gaza attraverso l’Egitto, avendo viaggiato dal Pakistan. I due sono stati messi subito in quarantena a Rafah. E’ il primo segnale d’allarme.

Cosa succede se l’epidemia dilaga? La Striscia ha una significativa mancanza di cure mediche di qualità, un deficit nelle forniture sanitarie e personale medico scarsamente retribuito che ha portato a una prolungata crisi sanitaria. Ha un’alimentazione inaffidabile, carenza di carburante, il 96% dell’acqua inquinata e cattive fognature. Normalmente è una realtà orribile, ma una potenziale catastrofe se combinata con un focolaio di Covid-19. E a Gaza è già difficile trovare un’aspirina.

In questa anticamera dell’inferno, l’esercito israeliano ha fatto passare tre giorni fa 500 kit per fare il test ai sospetti contagiati. Una bottiglia d’acqua per 2 milioni di assetati.

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