di Riccardo Mastrorillo

Questa pandemia ci ha aperto gli occhi, non solo sulla pochezza e fragilità dell’uomo di fronte alla natura, ma forse anche sulla capacità e disponibilità dell’uomo a cambiare punti di vista e abitudini in caso di necessità.

Una parte non trascurabile della popolazione ha assunto un approccio “negazionista”, uno per tutti Vittorio Sgarbi (che ha poi ritrattato, ndr), ma con lui ci sono numerose persone che ritengono assolutamente irrilevante sul piano della pericolosità questo virus. I negazionisti ci sono sempre stati e sempre ci saranno, come i complottisti, come gli allarmisti.

Le istituzioni hanno scelto di mettere in campo un principio di precauzione di livello elevato. Certo gli allarmisti ritengono non si sia fatto abbastanza e che le azioni intraprese siano state tardive. Tutto questo ha avuto un pregresso, un’avvisaglia, visto che l’epidemia è apparsa con tutta la sua drammaticità almeno due mesi prima in Cina, dandoci forse qualche indicazione sulla sua evoluzione.

Ovviamente la percezione del rischio è via via aumentata anche nella popolazione, che, a parte qualche caso isolato di “irresponsabile seriale”, ha accettato le gravi limitazioni alla propria libertà.

Le disposizioni estremamente restrittive hanno, ovviamente, una ricaduta in termini economici molto pesante su quasi tutti i settori del nostro paese. Non deve essere stata una scelta facile da parte del governo quella di bloccare quasi completamente l’economia dell’Italia. I provvedimenti economici, annunciati proprio mentre si chiude il numero di nonmollare, dimostrano l’intenzione del governo di agire, attraverso un massiccio intervento dello stato, a supporto delle imprese forzatamente inattive.

Non pochi scienziati hanno messo in correlazione la facilità di diffusione del virus con l’indebolimento dei nostri organismi causato dall’eccessivo inquinamento. Perché dunque l’antinomia lavoro/salute si risolve a favore della salute solo in caso di malattia?

Prendiamo il caso di Taranto, dove è dimostrato scientificamente, da anni, che l’inquinamento causa un incremento di malattie e morti, statisticamente e significativamente superiori al resto d’Italia. Non sarebbe stato corretto sospendere l’attività siderurgica, garantendo la sopravvivenza degli operai, per il periodo necessario a mettere in sicurezza l’impianto, o meglio a riconvertirlo? Oggi sappiamo che questo può essere fatto.

Ma la grande assente in Italia è la prevenzione. Nel corso degli anni sono stati chiusi ospedali, ridotti i posti letto, ridimensionato il numero di medici e infermieri, ma questa epidemia ci insegna che il servizio sanitario dovrebbe essere una fisarmonica. Sarebbe possibile pensare, progettare e prevedere la possibilità di modificare rapidamente le strutture per far fronte via via alle emergenze che servono?

Il ritardo vergognoso nell’innovazione tecnologica, anche solo nell’approccio culturale alle tecnologie, è l’altra grande difficoltà che vediamo emergere in questi giorni. Nonostante già da tre anni sia stata approvata una normativa a favore del lavoro agile (lo smart working per i provinciali che adorano i termini stranieri), anche nelle aziende pubbliche finora non è stato progettato, ideato e programmato nessun piano di conversione del lavoro.

Il lavoro da casa è una opportunità di risparmio, efficientamento e miglioramento per l’azienda, oltre che di miglioramento della vita del dipendente. In piena emergenza Coronavirus, anche aziende pubbliche che dovrebbero essere all’avanguardia sono state colte impreparate.

Per non parlare della difficoltà che stanno vivendo i docenti nell’uso delle piattaforme, adattate al momento, per svolgere lezioni da remoto. Una parte consistente dei docenti italiani è assolutamente impreparata all’uso della tecnologia, e non si tratta solo di una questione anagrafica. Le famiglie italiane hanno una media di 1,6 telefoni cellulari a persona, ma solo la metà ha un pc fisso a casa. La qualità della connessione in Italia è tra le peggiori.

Tutto questo poteva essere evitato se in tempi non sospetti si fosse deciso di investire “culturalmente” sull’uso positivo delle tecnologie.

Insomma che sia per pandemia, che sia per surriscaldamento globale, che sia per emissioni tossiche, per una guerra o per qualsiasi sciagura possa capitare in futuro, quello che serve è prevenire. Va pensata, progettata e programmata una soluzione per ogni evenienza, senza farsi sopraffare dall’emergenza e dalla impossibilità di affrontare le sfide che ci vengono poste. Senza limitarsi a considerare i costi immediati, eludendo i costi futuri eventuali. Un approccio assicurativo e non meramente contabile, usare meno regole e più logica: sostituire all’economia l’ecologia.

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