“Pensi che quando tutto questo sarà finito il mondo sarà migliore?”. Qualcuno se lo chiede e me lo chiede. E’ per via di quel libretto scritto a più mani dieci anni fa (Vivere con lentezza) che oggi siamo quasi costretti a mettere in pratica.

Sinceramente sono un po’ pessimista, stanco di sentir ripetere che questa pandemia è anche “un’opportunità”, e che ne usciremo solo se resteremo uniti. Nella testa mi riecheggiano ancora i proponimenti profondi e convinti, del dopo 11 settembre, ma da quel lontano 2001, dopo un numero di guerre difficile da ricordare, gli stili di vita non sono cambiati e l’ambiente è sempre più stremato.

Questa volta basterebbe che da sopravvissuti, oltre a “tornare ad abbracciarci”, che è diventato un noioso mantra, ricordassimo in che condizioni ci siamo trovati e che ricominciassimo a investire nella Sanità, ricostruendo un sistema che esce eroicamente da questa emergenza, solo grazie ai grandi sacrifici delle persone, ma che ha dimostrato limiti molto vistosi.

Lo stesso discorso vale per il tema dell’educazione civica, diciamo pure dell’educazione in senso lato, che andrà riaffrontata a scuola e in famiglia: se una sera 9000 persone, alla stazione Garibaldi di Milano, assaltano i treni facendo rotta a Sud e viaggiano stipati, portando a domicilio il contagio, è un segnale che non possiamo sottovalutare, specie se arriva da quella che è considerata la città leader del nostro Paese.

Tralascio quanti sono fuggiti dall’isolamento per andare a festeggiare qualche compleanno o altro. Tra le tante resta la questione delle carceri, in cui non esiste solo il problema del sovraffollamento: spero infatti che avanzi qualche soldo per dotare gli istituti penitenziari almeno di un maggior numero di telefoni, di stabilire l’utilizzo sicuro di internet, per comunicare con l’esterno. Si tratta di stabilire condizioni elementari, che non ci condurranno ogni volta a inevitabili misure “svuota carceri” dettate dal senso di colpa di non aver consentito alle persone detenute di consumare la pena in modo dignitoso.

Se però dopo questa pausa forzata riprenderemo a correre più di prima, non avremo capito che se siamo arrivati a questo punto è proprio perché non abbiamo mai smesso di correre freneticamente. L’anno scorso in occasione della Giornata della Lentezza, come Vivere con Lentezza abbiamo lanciato la parola d’ordine di non aspettare che la vita ci costringesse a rallentare. Purtroppo i fatti ci stanno dando ragione. Se i nostri governanti non avvieranno un cambiamento facciamolo almeno noi, anche in piccolo, basterà non dimenticare i fiumi di parole spesi, oppure inventarci qualche nuovo personale Comandalento.

In questi giorni svuotati, però, anche se non usciamo di casa, non trascuriamoci, non lasciamoci andare, trucchiamoci e facciamoci la barba come se andassimo a un appuntamento amoroso. Non iniziamo a fare le cose che non siamo mai riusciti a fare, potrebbe essere frustrante (se non le abbiamo fatte prima ci sarà pure un perché) e poi se non ci piace leggere non sentiamoci in colpa, così come questo non è il momento per iniziare una dieta ma nemmeno quello per intraprendere la strada dell’obesità.

In fin dei conti se rovesciassimo la prospettiva (ringraziando il cielo di non essere incappati in tragedie vere) e invece di sentirci deprivati provassimo a sentirci con curiosità in una vacanza dall’avventura un po’ diversa, il tempo passerebbe prima, e alla fine potremmo ricordare questi giorni senza tristezza, che non sempre fa rima con lentezza.

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