L’assessore al Welfare della Lombardia, Giulio Gallera, non ha usato mezzi termini: la battaglia contro il Coronavirus è una corsa contro il tempo. E sarà così anche per i 300 studenti di infermieristica che la Regione intende impiegare a tempo di record dopo la laurea, anticipata da metà aprile ai primi di marzo: la tesi andrà conclusa in pochi giorni, poi dritti in corsia, perché gli ospedali hanno bisogno di loro.

“Ci hanno detto che c’era questa possibilità e che potevamo scegliere. Io ho visto che sarei stato nei tempi e ho accettato”, racconta al fattoquotidiano.it Francesco, laureando in infermieristica alla Statale di Milano. Lui è tranquillo, riconosce che “non dovremo pensare a trovare lavoro”, anche se un po’ dispiace “perché di solito dopo la laurea si ha anche tempo per pensare a sé stessi, si stacca un attimo”. Iniziare subito non lo spaventa, ma “finire in prima linea, nei reparti più a rischio, sarebbe eccessivo”.

Lucia, sua compagna di corso, ha seguito il consiglio dei professori: “Avevo qualche timore, loro mi hanno tranquillizzata dicendomi che ero pronta, sia per la tesi che per il lavoro”. Ammette che sì, “è una situazione difficile per il sistema sanitario, quindi non sarà come durante i tirocini”, ma in fondo ha voglia di iniziare, dopo gli ultimi mesi passati a scrivere la tesi. Tema? L’isolamento da contatto, non poteva essere più attuale. “Ho scritto molto sulla percezione dell’assistenza ricevuta stando in isolamento, per noi è importante sapere come il paziente reagisce a una certa situazione, credo mi aiuterà molto”. E poi, si ripete, “noi siamo stati formati per tre anni per lavorare. Però mi chiedo: io ho 21 anni, davvero non c’era nessun altro prima di noi? Nessuno con più esperienza, per esempio i tanti infermieri disoccupati?”.

Lucia e Francesco saranno infermieri tra pochi giorni insieme ad altri 85 compagni della Statale di Milano, che con i suoi 340 docenti medici e oltre 2500 specializzandi è un grande serbatoio accademico della sanità lombarda. “Le lauree si terranno tra lunedì 9 e martedì 10 marzo”, conferma Anne Destrebecq, preside del corso di laurea in Infermieristica. “Daremo il voto in tempo reale, così l’ordine professionale potrà procedere il prima possibile con l’iscrizione all’albo”, perché anche la burocrazia deve correre.

L’inserimento nel mondo del lavoro sarà gestito dalle direzioni strategiche delle aziende: “Noi abbiamo già fornito i dati dei laureandi per capire come distribuirli sul territorio. Siamo orgogliosi dei nostri ragazzi, si stanno preparando molto seriamente”. E loro non nascondono l’entusiasmo: “Durante i tre anni di corso abbiamo fatto più di 12 mesi di tirocinio, sappiamo già cosa significa fare questo lavoro, conosciamo i ritmi. Certo, iniziare nel bel mezzo di una epidemia sarà diverso“, ammette Francesco.

Lui e i suoi colleghi dovrebbero sostituire gli infermieri più esperti, che potranno essere impiegati con i pazienti contagiati dal coronavirus: “Così i reparti perdono qualcosa, perché sicuramente io, neolaureato, non farò lo stesso lavoro di chi è in ospedale da 30 anni, ma è sempre meglio poter contare su qualcuno alle prime armi che essere totalmente sotto organico”. Non saranno loro quindi, almeno non subito, ad andare in prima linea: “Lo spero davvero, non ha senso mandare nelle zone rosse un infermiere al suo primo giorno di lavoro. Per lavorare con le persone contagiate da questo virus ci vuole una preparazione specifica, e ha più senso darla a chi ha maggiore esperienza di noi e può garantire un’assistenza sicuramente migliore”.

E se glielo chiedessero? “Non credo accetterei. Non per paura, ma perché non so minimamente cosa significhi trattare pazienti con coronavirus, magari in condizioni critiche. Sarebbe un po’ eccessivo, come saltare due gradini in una volta sola”. La preoccupazione per la prima esperienza di lavoro rimane: “Non sarà come il tirocinio, saremo indipendenti e avremo delle responsabilità. Sicuramente sarà un’esperienza che ci formerà tantissimo, e questo per il nostro lavoro è fondamentale. L’infermiere vive di urgenze ed emergenze”.

Gli interrogativi riguardano anche l’inserimento iniziale: difficilmente i reparti in subbuglio riusciranno a fornire ai neolaureati dei corsi di orientamento approfonditi. “Stiamo elaborando dei pacchetti formativi, dei mini corsi per facilitare il loro inserimento nelle strutture. Non li lasceremo soli, possono contare su di noi”, assicura Destrebecq. “I nostri studenti sono a contatto con il mondo del lavoro dal primo anno. Li vediamo sereni, sicuramente dovranno essere ancora più attenti del solito perché la situazione è complessa”. E i giovani infermieri questo lo sanno: “Noi non possiamo sbagliare – dice Francesco – e dobbiamo sempre lavorare con il massimo dell’attenzione come tutti quelli che si occupano della salute delle persone. Ma non ci sentiamo eroi, andremo a fare quello per cui abbiamo studiato, quello che abbiamo scelto”.

E Lucia guarda già avanti: “Dopo la laurea avevo in programma di andare in Africa per lavorare in un ambulatorio che si occupa di donne e bambini affetti da Hiv. Ci andrò lo stesso, quando questo momento sarà passato, e sicuramente un’esperienza del genere mi sarà molto utile”.

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