E se il Coronavirus non avesse ucciso nessuno? Quanti morti ha fatto “davvero”? L’affermazione può fare uno strano effetto, se sullo sfondo c’è un aggiornamento continuo, ansiogeno, del “virus killer”, ma se si entra “dentro” le definizioni, può emergere una prospettiva interessante di lettura del fenomeno.

Si legge sul Ministero della Salute che mercoledì 26 i decessi sono saliti a 17. Eppure, Anna Rita Gismondo, direttore del laboratorio di microbiologia dell’Ospedale Sacco di Milano, dichiarava il 25 febbraio al Tg2 delle 20.00 (i decessi al momento erano 12, gli stessi ricostruiti dalla stampa): “Fino ad oggi mi sento di dire che nessuno è morto per l’infezione di Coronavirus, ma è morto per la sua patologia alla quale si è sovrapposta l’infezione di Coronavirus”. Da sottolineare, che l’affermazione della virologa non può estendersi ai decessi che seguono il 25 o di quelli di cui non ha avuto “conoscenza diretta”, mentre di questi ultimi ha detto che “sarebbero morti lo stesso”, il “Coronavirus ha dato loro una spinta come avrebbe fatto l’influenza”, dichiarava a La7. Tuttavia, come si apprende dalla conferenza stampa di Angelo Borrelli del 27, altri tre decessi che si sono aggiunti il 27 stesso erano di uomini tra cui due di 88 anni, uno di 82 e tutti con un “quadro clinico delicato e importante”. Stiamo dunque dichiarando ‘vittime del Coronavirus’ persone con situazioni cliniche dove il Codiv-19 è concausa, probabilmente marginale – e quello che via via si apprende sembra confermare questo quadro.

Il medico arriva e dichiara l’arresto cardiocircolatorio. Quanto ha inciso il Codiv-19? La probabilità differisce a seconda della condizione clinica pregressa. Stando a quanto emerge dall’unico studio a disposizione, quello cinese, le percentuali che ci vengono mostrate non rappresentano la percentuale di decessi per condizione preesistente. Piuttosto, rappresenta, per un paziente con una data condizione preesistente, il rischio di morire se infetto da Codiv-19. Così, ad esempio, nel caso di situazione pregressa di malattia respiratoria cronica, una volta infettati dal virus, il rischio di morte è del 6,3%, mentre nel caso di cancro del 5,6%; la percentuale più alta è quella per malattie cardiovascolari: 10,5%. Certo, situazioni su cui ha inciso anche l’età. Sempre secondo lo studio cinese il rischio di morte, contratto il virus, varia per fasce d’età: 14,8% oltre gli 80 anni, 8,0% per chi è tra i 70-79 anni e 3,6% per chi è tra i 50-59 anni. Parentesi: il virus colpisce pochissimo i giovani, ad esempio tra i 10-19 anni, tra i 20-29 anni e tra i 30-39 anni la probabilità di morte se infettati dal Coronavirus è dello 0,2%. I bambini (0-9 anni) – sempre secondo lo studio cinese, “solido”, come lo ha definito l’epidemiologo Pierluigi Lopalco – sono fuori pericolo: 0 casi.

Insomma, date le informazioni disponibili sui decessi italiani, sembra trattarsi di situazioni in cui il Coronavirus è stato concausa, ha svolto un ruolo marginale. Ma questi pazienti diventano le “vittime” del Coronavirus in una narrativa ansiogena che si riflette in titoli come questo: “Terza vittima a Crema, 149 contagi: il virus si espande in 5 regioni”, cui segue una narrativa del tenore: “Il numero di contagiati aumenta di ora in ora e gli incubi che sembravano vivere solo in città lontane prendono forma. Se la situazione dovesse ‘degenerare’…”. Insomma, la morte si avvicina. In altri casi, non mancano le informazioni necessarie a contestualizzare, né toni più sobri: “Si trattava di un caso complicato”, con “patologie pregresse”, ma l’impatto emotivo è sempre molto forte: crea vicinanza. A questo va da aggiungersi che l’informazione ‘ne è morto un altro’ viene ripetuta enne volta sui media e poi riprodotta altre enne sui social. Altro fattore inquinante, il quadro viene letto in parallelo con quel che accade in Cina, dove il ‘virus killer’ non solo uccide davvero, ma è in corso una crisi sanitaria profonda e drammatica, in nessun modo paragonabile a quel che accade da noi, e questo confonde ulteriormente le cose.

Se portiamo invece in primo piano il contesto clinico dei decessi italiani, quelle percentuali marginali viste sopra, a partire dal chiarimento tecnico-scientifico di Gismondo, il quadro cambia. Quante persone – sane – sono state colpite dal Covid-19 e, di conseguenza, sono morte in Italia? Non possiamo forse scrivere: nessuna, ma non è certo corretto confermare “17 decessi”, dal momento che sia i 12 di cui ha riferito Gismondo e i 3 di cui ha parlato Borrelli erano situazioni compromesse – quindi concausate. Al momento in cui si scrive, la vita del ragazzo di 38 anni è stata messa a rischio dal Covid-19, il giovane è “grave, ma stabile”, per il resto siamo in assenza di informazioni che consentano di contestualizzare come era possibile fino a poco fa “Ecco chi sono i dodici”.

In qualche modo Angelo Borrelli, nel corso di una conferenza stampa, riconosce l’ambiguità della situazione quando, se da un lato aggiornava i decessi, dall’altro ricordava “che l’Istituto superiore di sanità fa approfondimenti per collegare la morte come conseguenza del Coronavirus o di altre patologie in atto da parte dei pazienti”. E’ un messaggio paradossale, che forse si può tradurre così: ‘confermo una causa su cui stiamo indagando perché incerta’. E questo dovrebbe spingere a una maggior cautela nella rappresentazione del virus killer e/o le istituzioni a un doppio binario: decessi ‘sospetti’/‘accertati’.

Ieri il direttore scientifico dell’Istituto Spallanzani, Giuseppe Ippolito, annunciava alla stampa estera: “In Italia si sta lavorando affinché vengano comunicati solo i casi di nuovo coronavirus clinicamente rilevanti, ovvero i casi clinici di pazienti in rianimazione o morti, come avviene negli altri Paesi del mondo”. Vien da chiedersi se questo comunicato non sia un atto di sfiducia nel maneggiare i dati, nel confondere i positivi, ad esempio, come malati, come accaduto.

Stando alla conferenza stampa di Borrelli del 27 febbraio i positivi sono 650, 278 persone sono in isolamento domiciliare che non hanno bisogno di cure, 159 i ricoverati “con sintomi” e 37 i pazienti in terapia intensiva. I guariti sono 45 (40 in Lombardia). I decessi dichiarati sono 17, ma, come detto, la definizione di morte adottata è concausale, stando almeno alla gran parte delle informazioni disponibili a oggi. Purtroppo, la conoscenza parziale delle situazioni cliniche non consente più di dire, come ha fatto Gismondo che ‘non è morto nessuno per Coronavirus’, ma evidenziare il criterio con cui sono stati classificati i decessi consente di invalidare l’affermazione, sul piano tecnico, che ‘siano morte 17 persone per coronavirus’, anche se questo numero dovesse salire. Per ora, siamo di fronte a un dato aggregato di decessi in cui non è dato distinguere tra ‘sospetti’ e ‘accertati’.

Un’ultima considerazione. Stiamo dando i numeri delle ‘vittime del Coronavirus’, ma oltre a essere, probabilmente, soprattutto vittime delle proprie patologie, sono persone che stiamo “incastonando” in una narrativa che appartiene loro fino a un certo punto. E forse c’è una possibile deriva etica. “E’ morto di coronavirus” – fa il giornalista di Repubblica a Vanessa, figlia di Adriano Trevisan – “Sì, è vero. Ma ricordo che mio padre era anche cardiopatico e debilitato”, risponde la figlia. Lo sforzo di dar spazio all’umanità e alla storia dell’uomo – “non è solo un numero” -, è da incoraggiare, ma l’intervista non “schioda” Trevisan dal solco narrativo del “primo a essere ucciso dal Covid-19”.

Ma ancora di più colpisce che, ormai, il binario del “chi sono le vittime?”, “i familiari?”, sembra abbandonato per una lista aggiornata sempre più asetticamente. Le storie di vita vanno scomparendo con perdita di informazioni preziose e di un linguaggio ancora dignitoso. E anche questa è una riflessione che sarebbe bene cominciare ad aprire.

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