“Non potevi accasciarti sennò ti uccidevano. Si andava avanti, una gamba dopo l’altra, era la forza della vita”. E ancora: “Senza sesso, senza mutande, senza mestruazioni, senza seno: così si toglie la dignità a una donna”. Liliana Segre, senatrice a vita e testimone della Shoah, ha ricordato la marcia della morte, quel cammino dell’orrore, al Parlamento europeo per commemorare la Giornata della Memoria, funestata da inquietanti episodi di antisemitismo anche in Italia.

Il suo sguardo è lucido, le parole strazianti. L’inferno non si scorda facilmente e lei, magra, scheletrita, si aggrappa a un ricordo, quello di una bambina di cui ha dimenticato il nome che aveva disegnato una farfalla gialla sul filo spinato.

Anche Nicoletta Sipos, scrittrice e saggista, ha voluto unire la sua voce a quella della Segre per sostenere che la memoria è il vaccino contro l’indifferenza, è l’antidoto contro l’intolleranza. “Venti di guerra ci sono anche adesso. Il potere è un’arma pericolosissima”, ha ricordato lo psichiatra Vittorino Andreoli ad Andrea Purgatori nel corso della puntata di Atlantide su La7 dedicata a “Anatomia di un dittatore”, a proposito del risorto pericolo neonazista e neofascista.

Lo ha vissuto sulla sua pelle, ancora una volta, la Segre, quando lo scorso novembre al Senato fu votata la commissione antisemitismo e antirazzismo (di cui lei era la degna firmataria) e ci furono in aula ben 98 astenuti. L’onta si commenta da sola. Mentre al Parlamento europeo si sono alzati tutti in piedi per applaudire commossi la “nonna” della Shoah.

Tra la montagna di libri scritti sul tema della memoria (a me, non solo a me, tanto caro), una lettura potente è il romanzo della Sipos La ragazza col cappotto rosso (Piemme), uscito in questi giorni, un tassello da aggiungere alla memoria collettiva. La sua chiave narrativa è quella di immergersi in un sottomarino per fare la traversata nell’oceano delle mostruosità dei “volenterosi carnefici di Hitler” per dirla con il saggista Daniel Goldhagen. Nicoletta riemerge solo quando ha messo a posto i tasselli di questo intricato memoir.

“Sono un’assassina”. Leggi questo incipit e il libro non lo molli più. E’ scritto nero su bianco nella lettera che Nives, la protagonista, ritrova in una scatola di latta impolverata e dimenticata chissà da quanto tempo. La missiva indirizzata alla madre Sara la riporta alla sua gioventù: lei, italiana e cattolica, giovane sposa di un medico ebreo ungherese, si trasferisce con lui a Budapest durante gli anni bui della persecuzione. Conosce Bekka, ungherese di buona famiglia ebrea: uno straordinario talento artistico le aveva permesso di studiare all’Accademia della Belle Arti di Budapest benché fosse donna ed ebrea, categoria sgradita al regime.

Finita in una retata Bekka è caricata su un treno diretto ad Auschwitz. Una tappa provvisoria al campo di smistamento di Oradea che da programma avrebbe dovuto portare alla morte tutti i 4mila passeggeri del treno. Di quel gruppo si salvano solo in quattro. Tra questi Brekka, ma la caccia agli ebrei ungheresi diventa sempre più spietata. Ne esce un grande mosaico dell’Europa della persecuzione durante gli ultimi mesi di guerra, in cui tornano i temi della fuga e dell’esilio prima dal Reich e poi dal comunismo.

È il destino di chi porta sulla coscienza l’incubo di tante vite spezzate. “Eppure, rischiando appena un poco, avrei forse potuto salvare qualcuno. Invece ho pensato solo a salvare me stessa. E sono diventata complice di uno sterminio. Sono un’assassina…”, così scrive Bekka a Sara mentre sprofonda nel suo abisso del senso di colpa del sopravvissuto.

E a me vengono i brividi a leggere l’ultimo rapporto Eurispes 2020: il 15,6% degli italiani nega che l’Olocausto sia mai avvenuto. Al quale aggiungere un altro un 16,1% che ammette sì la Shoah, ma non che sia stato un fenomeno così rilevante. Come dire che i sopravvissuti con la complicità delle forze alleate avessero loro montato una perversa macchina di propaganda di vittimismo. Ancora più inquietante che il 37,2% sostenga che gli episodi attuali di antisemitismo non siano altro che bravate.

La ragazza col cappotto rosso è carta viva che parla, fondamentale per il futuro quando non ci saranno più testimoni diretti a raccontare l’orrore della Shoah.

Januaria Piromallo

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