Le valutazioni sul voto regionale in Emilia Romagna e Calabria sono tanto varie quanto è indefinita la politica dei nostri giorni. Come racconta Thomas Kuhn nel saggio La struttura delle rivoluzioni scientifiche – dove analizza le rivoluzioni scientifiche -, quando un nuovo paradigma si affaccia sulla scena, quello vecchio tenta di annientarlo oppure di assorbirlo nella tradizione. Se il nuovo si mostra forte e capace, si instaura una vera e propria lotta tra paradigmi confliggenti che rende incomprensibile la realtà.

Bastano alcune considerazioni. Matteo Salvini ha perso in Emilia Romagna ma, in realtà, ha preso una valanga di voti dove nemmeno poteva immaginare di esistere solo pochissimo tempo fa (questo vale anche per la Calabria). È ritornata la polarizzazione tra destra e sinistra, anche se tale dicotomia è per tutti venuta meno. Il Pd ha vinto le elezioni ma, in verità, ha messo a rischio la sua roccaforte politica. Il Movimento cinque stelle perde un sacco di voti, ma è fortissimo in Parlamento.

Il governo sente di essere uscito più forte dalle elezioni perché ha evitato la spallata della Lega in Emilia Romagna, ma dovrebbe essere molto più destabilizzato dal crollo della forza principale che lo sostiene. Tutto sembra il contrario di se stesso. Una tale ambiguità non dipende dalla natura bifronte delle singole componenti del reale, ma dallo schema che è mutato e, come insegna Kuhn, nel periodo di transizione si guarda al nuovo con gli occhi del vecchio, non comprendendo così il reale.

La democrazia dell’alternanza e i partiti sono entità giuridiche e sociali che non trovano più riscontro nella realtà. La democrazia come campo di gioco, in cui si muovono le forze politiche che, a seconda dei flussi di voto, governano oppure vanno all’opposizione, si va estinguendo. Si vota ancora ma lo schema classico di costruzione della politica è soppiantato, nei fatti. La contemporaneità ha trasformato la democrazia classica in pura doxa, cioè apparenza, illusione, sentito dire.

La nuova democrazia, che sta vincendo sul vecchio paradigma, propone una trasformazione definitiva. Esistono ormai due piani politici paralleli: c’è chi governa ed è vincolato a regole tecniche, contabili e sovranazionali e chi è profondamente extragovernativo e spinge le forze governative a modificare ciò che viene imposto ed è più schiettamente istituzionale. Chi governa è sempre più simile a se stesso e le forze extragovernative sempre più fluide e biodegradabili (secondo la definizione di Beppe Grillo sul Movimento cinque stelle).

Assai probabilmente, entro pochi anni, gli Stati occidentali saranno caratterizzati da una oligarchia governativa (una sorta di Partito della Nazione di renziana memoria) composta da contabili e ragionieri della pubblica amministrazione. Fuori da questo schema governista vi è (e vi sarà) sempre più il trionfo di movimenti e raggruppamenti biodegradabili, che però rappresentano e raccolgono le pulsioni della gente.

Questi movimenti non vanno visti come inutili, velleitari o privi di capacità politica concreta. Anzi, la loro funzione è (e sarà) sempre più determinante e propulsiva. Questa realtà deriva dalle forme di linguaggio tipiche del nostro tempo: un mondo fatto di concetti semplici, immediati e in “stile social network”. Si tratta di una oggettività radicalmente politica e sociale che non può essere spocchiosamente delegittimata dal cosiddetto “establishment”. Senza questo movimentismo, le forze governiste sarebbero immobili e incapaci di governare e questo perché radicalmente lontane dalla gente.

Ciò che si sta delineando è dunque una democrazia su due livelli: uno governista e l’altro movimentista. Il primo si muove nel Palazzo e il secondo si muove sulle piattaforme sociali, nei raduni e nel sentire profondo della gente. L’elemento nuovo e determinante è che non può esistere una forma politica che svolga entrambi i ruoli. L’equilibrio tra questi poli dialettici è dato infatti dall’impossibilità dell’uno di vivere senza l’altro e, contemporaneamente, di dover restare distinti.

La sconfitta deriva dalla trasformazione dei movimenti extragovernisti in governisti oppure nell’assenza di una sponda extragovernista per una forza governista, relegandola così in mondi troppo lontani dalla gente. Il grande dilemma politico della contemporaneità è scegliere se essere governisti o forza propulsiva del sentire della gente.

La caduta del Muro di Berlino ha spalancato le porte alla rivoluzione della forma classica di democrazia, in quanto ha liberato ogni genere e forma di proposta ma, al contempo, le regole europee e della globalizzazione hanno costretto le politiche dentro schemi spesso incomprensibili e inaccettabili dalla gente.

In Italia è stato più facile e dirompente l’avvento del nuovo paradigma perché nel Belpaese sono stati abbattuti due muri di Berlino: oltre alla fine della Guerra Fredda, l’esperienza di Tangentopoli ha infatti raso al suolo ogni vecchio baluardo di “classicità”.

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