“Vogliamo essere un porto sicuro in cui esplorare, cercare nuovi stimoli, divertirsi, rilassarsi, e non vogliamo essere coinvolti nelle polemiche riguardanti lo sfruttamento degli utenti attraverso gli annunci pubblicitari“. A dichiararlo a margine della conferenza stampa sui risultati finanziari relativi al quarto trimestre del 2019, è stato Reed Hastings, co-fondatore e attuale amministratore delegato di Netflix, che ha voluto così ribadire per l’ennesima volta il suo diniego all’adozione di un nuovo modello di business basato sulla pubblicità.

Negli ultimi mesi infatti si erano susseguite diverse indiscrezioni a riguardo, legate in parte alle pressioni esercitate dagli azionisti, in parte a eventuali preoccupazioni legate all’arrivo sul mercato di competitor agguerriti come Disney+ e Apple TV+. Dopo aver risposto a entrambe con i dati dell’ultimo report finanziario, che vede in crescita sia abbonati che ricavi netti, Hastings ha quindi voluto zittire ogni illazione e tranquillizzare gli utenti con una chiara presa di posizione.

Del resto il CEO di Netflix è convinto che, anche volendo, ci sia ormai poco spazio sul mercato dell’advertising online, monopolizzato da colossi come Google, Facebook e Amazon, favoriti dalla capacità di integrare “moltissimi dati dalle più svariate fonti. Vi è un costo di business per attuare ciò, anche se rende la pubblicità più efficace e mirata a target precisi”, ha infatti spiegato Hastings ai colleghi di TechCrunch. Esporsi in qualcosa che richiede ingenti investimenti e in cui si parte comunque strategicamente svantaggiati sarebbe dunque assai rischioso per Hastings. “Noi ci affidiamo a un modello di business molto più semplice, focalizzato sullo streaming e sul gradimento da parte dei clienti” ha infatti chiosato.

Ma la scelta non dipende soltanto dagli ottimi risultati finanziari, anche grazie al successo della recente serie TV The Witcher, o da considerazioni di tipo economico e di opportunità. Il CEO di Netflix infatti ci ha tenuto a ribadire che Netflix non raccoglie informazioni dagli utenti e, soprattutto non ci tiene a essere coinvolta nelle polemiche relative alla privacy degli utenti e al tracciamento delle loro attività online che, nate all’indomani dello scandalo Facebook, si sono poi man mano allargate, coinvolgendo altri colossi del settore.

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