Contrordine. Non è stato il solo amministratore Vincenzo Consoli a orchestrare la gestione di Veneto Banca che ha portato al crack dell’istituto di credito e alla perdita di almeno un centinaio di milioni di risparmi delle famiglie. Ad operare è stata, secondo l’accusa, una vera e propria associazione per delinquere in doppiopetto, composta, oltre che dallo stesso Consoli, anche da alcuni dei manager di Montebelluna che erano usciti, un paio di mesi fa, da quello che veniva considerato il filone principale dell’inchiesta che Treviso ha ereditato due anni fa dalla Procura di Roma. In realtà si trattava di un filone complementare, riguardante i reati di aggiotaggio, in cui l’unico imputato è rimasto Consoli.

E’ arrivato ora all’epilogo un filone rimasto sottotraccia, ma che ridà speranza agli acquirenti di azioni della banca, il cui valore è poi miseramente crollato, di rivalersi in un giudizio penale. I pubblici ministeri trevigiani Massimo De Bortoli e Gabriella Cama hanno notificato il deposito degli atti a sei persone perché tra il 2012 e il 2015 “promuovevano, costituivano, organizzavano e partecipavano a un’associazione per delinquere finalizzata alla commissione di una serie indeterminata di delitti di truffa aggravata concernenti la vendita, a condizioni inique, di titoli azionari e obbligazionari”. Esisteva quindi, ai piani alti di Veneto Banca, una struttura che conosceva lo stato effettivo dei bilanci e tuttavia aveva agito per far rastrellare le azioni, spesso con il sistema delle “baciate”, ovvero concessione di mutui in cambio dell’acquisto delle azioni (per un valore complessivo di 400 milioni di euro).

Al vertice, secondo l’accusa, c’era l’amministratore delegato Consoli, poi diventato nel 2014 direttore generale. Ma non si trattò di un declassamento, visto che non fu nominato un altro ad e così il suo potere rimase intatto. Assieme a lui anche Mosè Fagiani (69 anni, di Bergamo, ex condirettore generale e responsabile dell’area commerciale dal 2010 al 2014), Renato Merlo (66 anni, di Montebelluna, ex responsabile della Direzione centrale Pianificazione e Controllo), Stefano Bertolo (59 anni, di Montebelluna, responsabile della Direzione centrale amministrativa dal 2008 al 2014, poi dirigente incaricato della redazione dei libri contabili societari), Massimo Lembo (67 anni, di Treviso, responsabile della Direzione Centrale Compliance) e Cataldo Piccarreta (58 anni, di Bari, ex direttore dell’Area Mercato Italia). Nell’inchiesta per aggiotaggio erano stati indagati, ma poi prosciolti, Fagiani, Merlo, Bertolo e Lembo. Il nome nuovo è quello di Piccarreta. Ma potrebbero spuntarne anche altri, visto che l’inchiesta non è finita.

Nella conclusione dell’inchiesta, questo gruppetto viene dipinto come una specie di consorteria finanziaria. Consoli viene indicato come “il promotore e capo dell’associazione a delinquere che utilizzò la struttura organizzativa di Veneto Banca per asservirla alle finalità illecite del sodalizio criminoso”. Ma la banca non è un istituto privo di controlli, perché è dotato di un consiglio di amministrazioni, di sindaci e di revisori. Secondo i pm, Consoli e gli altri avrebbero tenuto sia il cda che i soci all’oscuro della situazione. In che modo? “Presentavano pianificazioni aziendali non disciplinate da alcuna regolamentazione interna e completamente accentrate nelle strutture di vertice, assieme a dati di bilancio e previsionali non aderenti alla realtà, eccessivamente ottimistici, irragionevoli e inattendibili, costringendoli a mantenere elevato il prezzo unitario delle azioni”. Il riferimento è sia alle sedute dei consigli, che alle assemblee dei soci.

Eppure sulla banca si era accentrato anche l’interesse degli ispettori della Banca d’Italia che avevano effettuato un accesso ai bilanci il 15 aprile e 9 agosto 2013, evidenziando come il valore delle azioni fosse “incoerente con la situazione finanziaria della società e con il contesto economico”. Consoli e i manager avrebbero “approfittato dell’insufficiente attività di controllo svolta dal Collegio dei Sindaci e dalla società incaricata della revisione dei bilanci, la PricewaterhouseCoopers”. I vertici, consapevoli di questa situazione, che ha portato danni ai sottoscrittori per oltre 107 milioni di euro, avrebbero indotto in errore le direzioni territoriali (e quindi anche funzionari e impiegati di banca) a cui spettava il compito della collocazione delle azioni. In questo modo non entrano neppure nel processo i direttori di banca che in molti casi contattavano i clienti proponendo acquisti, la cui sicurezza veniva garantita a parole. Nelle riunioni con i responsabili territoriali, secondo i pm, i manager “fornivano reiteratamente e pubblicamente false rassicurazioni circa il valore e la solidità finanziaria dei titoli emessi, tacendo sul fatto che il valore dell’azione era ampiamente sopravvalutato almeno del 40 per cento”. Per questo i dipendenti erano “lo strumento inconsapevole per mettere in atto i piani illeciti”.

Inoltre i clienti erano “persone non in grado, per livello di istruzione, età avanzata, tipologia di professione… di valutare correttamente il rischio dell’investimento effettuato”. Un’altra categoria era costituita da clienti che avevano bisogno di mutui e quindi erano in qualche modo costretti ad accettare l’acquisto delle azioni. In ogni caso, gli impiegati al momento della sottoscrizione usavano un software che impediva la tracciatura del percorso di verifica di adeguatezza e appropriatezza.

Con queste contestazioni dovrebbe essere stato posto un argine alla prescrizione, perché la truffa contrattuale si sarebbe consumata nel momento di danno massimo, ovvero nel giugno 2017, quando vi fu la dichiarazione dello stato di insolvenza. E si apre anche la porta a migliaia di potenziali vittime che potrebbero costituirsi nel processo, aggiungendosi alle circa 3.500 denunce già presentate.

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