Quest’anno, a novembre, ci sono le elezioni per la presidenza degli Stati Uniti. Quando analizziamo ciò che sta accadendo in Medio Oriente e nel mondo dopo il raid di Donald Trump, non possiamo non tenere conto di questo. L’impeachment, il Russiagate e la presenza di avversari forti come il democratico Joe Biden hanno a mio avviso spinto Trump a giocare la potente arma della paura per vincere le prossime elezioni.

Il raid del 3 gennaio con cui l’esercito Usa ha ucciso il generale iraniano Soleimani ha provocato un’escalation di tensioni fra Medio Oriente e Stati Uniti. Migliaia di iraniani sono scesi in piazza contro il presidente americano, mentre il presidente iraniano Hassan Rohani ha dichiarato che il suo Paese “vendicherà” la morte del generale. Una tensione che Trump ha puntualmente alimentato, nonostante le richieste degli alleati europei di abbassare i toni.

Con dei tweet choc, il 4 gennaio Trump ha scritto: “Che questo serva da AVVISO che se l’Iran colpisce qualsiasi americano o beni americani, abbiamo preso di mira 52 siti iraniani (che rappresentano i 52 ostaggi americani presi dall’Iran molti anni fa)”. Gli obiettivi, ha aggiunto Trump, “saranno colpiti in maniera molto veloce e dura. Gli Stati Uniti non vogliono più minacce!”

In che modo questa tensione porterebbe voti a Trump?

Quella della paura è una strategia comunicativa classica negli Usa, un vero e proprio cliché. Spostare l’attenzione su una minaccia esterna, che solo un leader forte può neutralizzare, spinge in modo naturale la cittadinanza a rieleggere il presidente in carica, l’unico che ha l’immediato controllo della situazione, conosce i dettagli e ha già avviato misure per la sicurezza nazionale. Trump conosce questa strategia e la attribuì ad Obama nel 2011. “Barack Obama attaccherà l’Iran perché crede sia l’unico modo per essere rieletto”, disse.

Per attivare la strategia della paura è necessario che il popolo si senta minacciato. E se le minacce non esistono o sono basse, allora i presidenti le ingrandiscono. Oppure le inventano, come fece Bush con la storia delle armi chimiche in Iraq per giustificare l’avvio della guerra.

Trump giustifica il raid di Baghdad dicendo che il generale iraniano stava pianificando alcuni attacchi contro il personale diplomatico statunitense: “Stava organizzando imminenti e sinistri attacchi contro diplomatici e militari americani. Lo abbiamo preso e lo abbiamo eliminato”. Il presidente americano tuttavia non ha fornito prove su queste minacce. Lo scetticismo in merito è diventato un tema nel dibattito americano.

Anche George W. Bush per essere rieletto ingrandì – o forse inventò – delle minacce simili. Pochi mesi prima del voto, il procuratore generale degli Stati Uniti John Ashcroft parlò del pericolo di nuovi attentati da parte di al-Qaeda nei mesi successivi. Attentati che sarebbero stati già pronti al 90%. Il tempismo di queste notizie sollevò dei dubbi. Dubbi che qualche anno dopo Tom Ridge, che all’epoca era Segretario della sicurezza interna degli Stati Uniti, sembra confermare, dichiarando di aver subito pressioni dall’amministrazione Bush per innalzare i livelli di allerta terrorismo durante momenti chiave della campagna per la rielezione del presidente.

Niente di inedito quindi. I cittadini statunitensi subiscono questa strategia non solo in politica, ma anche in altri aspetti della vita pubblica come la sicurezza (che provoca l’istinto di armarsi e il razzismo) e la salute. Per approfondire consiglio il libro di Barry Glassner The Culture of Fear.

Da quando ha ucciso il generale Soleimani, Trump ha spinto l’acceleratore della sua comunicazione sul patriottismo. Il messaggio che adesso deve far passare per completare il suo lavoro è quello che i democratici non sono in grado di garantire la sicurezza nazionale. In questo modo la popolazione a fine anno sarà orientata a rinnovare il suo mandato. La campagna di Trump ha già iniziato, producendo questo spot in cui sostiene che Obama e i democratici siano impreparati e decisamente morbidi nella guerra ai terroristi, a differenza del presidente in carica di cui vengono mostrate le uscite più dure.

Cosa dicono i sondaggi intanto?

Il 43% approva il raid di Trump, contro un 38% di contrari. Un sostegno alla strategia americana diverso da quello che vediamo in Europa, a dimostrazione del diverso impatto culturale della paura. Qui trovate più dettagli in merito ai sondaggi americani sul tema.

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