La “guerra delle orecchiette” diventata un caso internazionale, tanto da conquistare la prima pagina del New York Times. Così è stata ribattezzata la disputa sulle tradizionali orecchiette pugliesi, fatte a mano con pollici e coltelli dalle donne di Bari Vecchia, scoppiata dopo il sequestro e la multa a un ristoratore della città che aveva acquistato le orecchiette proprio dalle pastaie che animano i vicoli del centro storico. Il motivo? La vendita delle orecchiette avviene da sempre direttamente “dal produttore al consumatore” senza però né lo scontrino, né la lista degli ingredienti e neppure la garanzia che la merce sia tracciabile.

“Call it a crime of pasta”, “Chiamatelo un crimine di pasta” è il titolo del lungo reportage firmato da Jason Horowitz che parla della norme amministrative che rischiano di uccidere la tradizione centenaria delle pastaie dell’Arco Basso che sono da tempo un’attrazione per i turisti perché lavorano per le viuzze del Borgo antico dove espongono telai e tavolieri con la pasta fresca. Tanto che, oltre a esser state inserite nella top ten delle migliori destinazioni d’Europa da Lonley Planet, sono state scelte anche da Dolce & Gabbana come scenario per alcuni suoi spot pubblicitari con le figlie di Sylvester Stallone che giocavano con quelle piccole creazioni di pasta fra le mani. Non solo, anche Versace ha scoperto come vincente l’accoppiata modelle-orecchiette.

La “guerra delle orecchiette” ha scatenato la dura protesta delle pastaie che, come riferisce il New York Times, tengono a precisare che la loro “professione” è comunque tutelata da un regolamento che prevede che “è legale vendere piccole buste per uso personale, ma le spedizioni ai ristoranti hanno bisogno di una licenza”. “Le pastaie non guadagnano molto e temono di dover indossare cuffiette, fare ricevute e pagare le tasse – spiega il reportage -. Riguardo alla possibile proposta di mettersi insieme e vendere i loro prodotti legalmente, Angela Lastella sbotta esasperata: ‘Chi farà la cooperativa?’”.

Queste donne lavorano 10, 15 ore al giorno, sette giorni alla settimana per sostenere i loro mariti e figli disoccupati”, ha detto al Times Francesco Amoruso, 76 anni, la cui madre, una delle pastaie più conosciute della strada, è morta l’anno scorso all’età di 99 anni. “E questo è quello su cui si accaniscono duramente?”. Sì, perché quel “fatto in casa” che è sempre stato considerato un valore aggiunto, ora è diventato invece un difetto, un problema, che rende le orecchiette preparate dalle sapienti mani delle anziane del paese un prodotto pericoloso, senza controlli, senza certificati igienico-sanitari e, sopratutto, “senza scontrini”, come si dice nel linguaggio degli ispettori della Guardia di finanza.

Fino a 20 anni fa Bari vecchia era nota come la ‘città delle rapine’, una zona proibita governata da clan criminali – scrive Horowitz nel suo articolo –. Il furto ha una lunga tradizione qui. Nel 1087 i marinai baresi in cerca di un’attrazione da pellegrinaggio rubarono dall’attuale Turchia le ossa di san Nicola, il modello per Babbo Natale e oggi uno dei patroni di Bari (e patrono, fra le altre cose, dei ladri). Prima della pasta, molte donne anziane della città vendevano sigarette di contrabbando dal Montenegro“, conclude. Insomma, anche il Nyt si è mobilitato perché ora che proprio grazie alle orecchiette e alle loro sapienti fattrici quei vicoli un tempo malfamati, dove è cresciuto Antonio Cassano e dove fino agli anni Novanta le guide turistiche sconsigliavano vivamente di avvicinarsi, sono diventati un’attrazione capace di richiamare star hollywoodiane e milioni di turisti da tutto il mondo, la burocrazia si mette di mezzo. E con le sue norme e i suoi cavilli rischia di distruggere una tradizione secolare che, una volta scomparse le anziane pastaie, potrebbe non avere più seguito.

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