Il 2019 di Papa Francesco è stato un anno molto difficile. Apertosi con il summit mondiale sulla pedofilia del clero, il vero problema sul tavolo di Bergoglio è stato, anzi è, la gestione della Curia romana. La riforma, infatti, stenta a decollare. La bozza, intitolata Praedicate Evangelium, è stata minata profondamente da una valanga di emendamenti giunti dalle Conferenze episcopali di tutto il mondo, ma soprattutto dagli stessi capi dicastero della Curia romana. E non ha visto la luce nemmeno nel 2019 come era stato auspicato dai membri del C6, il Consiglio di cardinali che da sette anni ormai, ovvero dall’inizio del pontificato bergogliano, aiuta il Papa in questa opera difficile e storica.

Non è un caso quindi se le ultime importanti nomine di questo anno civile riguardano proprio il Vaticano. E la loro lettura è fondamentale per capire il momento che sta vivendo il pontificato di Francesco. Nel giro di pochi giorni il Pontefice ha fatto quattro nomine chiave. La prima riguarda il neo prefetto della Segreteria per l’economia, il gesuita Juan Antonio Guerrero Alves, che resterà sacerdote e che prende il posto del cardinale australiano George Pell condannato in secondo grado a sei anni per pedofilia.

Quella di padre Guerrero Alves non è l’unica nomina chiave in materia economica. C’è, infatti, anche quella di Carmelo Barbagallo, dirigente della Banca d’Italia chiamato da Bergoglio a presiedere l’Autorità d’Informazione Finanziaria della Santa Sede. L’organismo di vigilanza, insieme alla prima sezione della Segreteria di Stato, è al centro di un’inchiesta per presunte operazioni immobiliari illecite. Inchiesta che finora ha visto la sospensione di cinque dirigenti vaticani tra cui il direttore dell’Aif, Tommaso Di Ruzza, genero dell’ex governatore di Bankitalia Antonio Fazio.

Le altre due nomine chiave della Curia romana riguardano la scelta di chiamare a Roma il cardinale filippino Luis Antonio Gokim Tagle, finora arcivescovo di Manila, affidandogli il prestigioso incarico di prefetto della Congregazione per l’evangelizzazione dei popoli. Il porporato prenderà così il posto del cardinale Fernando Filoni, destinato da Bergoglio all’incarico onorifico di Gran Maestro dell’Ordine equestre del Santo Sepolcro di Gerusalemme.

La nomina di Tagle può prestarsi a una duplice lettura. Da una parte quella che Francesco abbia in qualche modo indicato la sua preferenza per il porporato filippino come suo successore sulla cattedra di Pietro. Così come, per esempio, fece Benedetto XVI quando, nel 2011, trasferì il cardinale Angelo Scola dalla sede patriarcale di Venezia a quella arcivescovile di Milano. Mossa che, col senno di poi, ha giocato negativamente all’elezione di Scola nel conclave del 2013 seguito alle improvvise dimissioni di Ratzinger.

Ma non è detto che la scelta di chiamare Tagle da Manila a Roma giochi a suo favore per la successione a Bergoglio. Anche per lui potrebbe, infatti, verificarsi l’effetto boomerang di cui fu vittima Scola. Tagle diventerà parte di quella Curia romana tanto avversata da Francesco e che, tranne pochissime eccezioni, gli è tuttora molto ostile. Basti citare le centinaia di pagine di correzioni che i capi dicastero hanno fatto alla bozza della nuova costituzione che dovrebbe riformare e snellire il governo centrale della Chiesa cattolica.

In questo senso, i discorsi che alla vigilia di Natale il Papa rivolge alla Curia romana sono indicativi di un malessere costante e di una frattura insanabile tra il sovrano e i suoi diretti collaboratori. Nel 2020 si comprenderà se questa netta separazione si riuscirà a ricucire oppure se resterà la cifra di questo pontificato.

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