È assimilabile a un crimine contro l’umanità quello che si sta perpetrando in Iran in questi giorni. Non si placano, infatti, le proteste iniziate nel paese lo scorso 15 novembre e soprattutto non si ferma la violenza con la quale le autorità iraniane cercano di impedire ai manifestanti di protestare. Secondo Amnesty International, le vittime degli scontri sarebbero oltre il centinaio ma secondo fonti locali e le associazioni di attivisti sono molte di più. Le proteste si sono estese in tutto il paese arrivando anche a città religiose come Qom. I video che sono riusciti ad uscire dal paese mostrano banche e moschee date alle fiamme, manifestanti uccisi e cariche da parte della polizia.

Ad oggi si parla di oltre 200 morti, circa 3000 feriti e oltre 5000 arresti da aggiungere alle circa 100 ore di blocco di Internet. Già perché l’Iran ha tolto la connessione a 80 milioni di abitanti. Un’operazione unica nel suo genere, che l’Iran aveva sperimentato solo in parte dieci anni fa. Chi come la sottoscritta ha vissuto le repressioni avvenute durante le proteste del 2009, a seguito della rielezione contestata dell’ex presidente Ahmadinejad, sa benissimo che la rete era stata chiusa e non vi era modo di comunicare con alcuno, completamente isolati dal resto del mondo. L’accesso ad Internet allora era stato bloccato in parte per prevenire la circolazione di immagini.

Questa volta il blocco è stato totale per cercare di impedire ai manifestanti di organizzare ulteriori proteste. “È sorprendente vedere le autorità iraniane bloccare tutte le connessioni Internet anziché solo le connessioni internazionali, poiché quest’ultima è una tattica che hanno usato in passato”, ha dichiarato il ricercatore Adrian Shahbaz di Freedom House, ong che si occupa di censure sulle reti Internet a livello globale. E – come da lui anticipato – malgrado il blocco, le notizie delle proteste sono comunque filtrate visto che la gente è scesa in strada.

Ed è quello che sta accadendo in Iran.

Gli scontri sono iniziati in seguito ad una decisione del governo di togliere i sussidi sulla benzina e razionare il petrolio causando così un’impennata dei prezzi. Dalla scorsa settimana ogni iraniano potrà acquistare fino a 60 litri di benzina al mese a circa 40 centesimi di euro al litro mentre fino a due giorni prima i primi 250 litri acquistati in un mese costavano circa 0,25 euro l’uno. Cifre irrisorie per noi in Italia ma, per chi il gasolio lo produce direttamente sotto al suolo, l’aumento è sembrato inconcepibile tanto da scatenare un fortissimo malcontento.

Chi conosce l’Iran sa bene che il prezzo della benzina è solo la goccia che fa traboccare il vaso. L’Iran dalla Rivoluzione Islamica ad oggi vive ormai da 40 anni in un regime di repressione e restrizioni ai quali una parte della popolazione si è adattata mentre un’altra da anni lotta per il cambiamento. Basta appunto una scintilla per far emergere tutta la rabbia e la disillusione verso quella forma di giustizia e di libertà che soprattutto i giovani si vedono negata.

Come al solito, l’Iran accusa gli altri e dichiara che le violenze sono fomentate dai paesi contrari alla Repubblica Islamica, paesi che vorrebbero mettere le mani proprio sulle risorse petrolifere. Dal mio punto di vista, la situazione è ben diversa anche se è possibile che vi siano anche supporti esterni.

L’Iran, dal 1979 ad oggi, non ha fatto grandi passi avanti sul piano della libertà, soprattutto nei confronti dei giovani figli di una Rivoluzione che probabilmente nemmeno avrebbero voluto, anzi. Assistiamo ogni giorno ad arresti multipli soprattutto di chi manifesta il proprio dissenso. È un paese in cui non esiste la libertà d’espressione ed in cui si viene arrestati, condannati, spesso giustiziati, se si contraddice il ‘sistema’. Questo può solo chiamarsi regime.

In questi giorni di proteste, su un muro è apparsa una scritta che racchiude tutto il sentimento che la popolazione iraniana vive da 40 anni: “Non abbiamo più niente da perdere, eccetto le nostre catene”, parafrasando una frase del Manifesto del Partito Comunista di Marx.

Sorprende in questi giorni il silenzio dei media e dei politici su quello che sta avvenendo: mi piace credere che le motivazioni siano da ricercare nella mancanza di notizie certe, anche se basta vedere uno solo dei tanti video che girano e che mostrano giovani ragazzi rimasti uccisi per cambiare il proprio paese. È insolito soprattutto che siano stati pochi i politici ad esprimere solidarietà nei confronti dei giovani manifestanti. Uno di quelli che si sono ‘esposti’ è sicuramente Mike Pompeo, il segretario di Stato Usa che in suo tweet dichiara: “Gli Usa vi ascoltano, vi sostengono, sono con voi”. In pochi poi hanno ammesso che la violenta situazione in cui si trova Iran sia anche la conseguenza delle sanzioni imposte da Donald Trump, che hanno gettato il paese in una gravissima crisi economica.

Di Iran e di quello che sta avvenendo nel paese si parlerà nei prossimi giorni in Puglia all’Università di Bari, al Forum of Mediterranean Women Journalist ideato da Marilù Mastrogiovanni. Oltre alla cronaca delle repressioni nel paese, verrà affrontato il tema delle restrizioni ancora vigenti nei confronti delle donne iraniane. Da troppi anni queste donne sperano in un cambiamento, che probabilmente, neanche questa volta, si realizzerà.

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