Se c’è un posto in cui vorrei trovarmi in questo esatto momento quello è sicuramente Tehran. Lunedí saranno 40 anni dalla Rivoluzione islamica e si prevedono grandi celebrazioni e sarebbe davvero molto interessante poter stare tra quelle masse di persone venute da ogni parte dell’Iran per partecipare ai festeggiamenti.

Io non c’ero in Iran durante il periodo dello Shah quindi quel mondo “patinato” che in molti ricordano io non posso raccontarlo. Però ci sono stata in questo ultimo decennio e ho visto quello che è oggi l’Iran, a 40 anni dalla Rivoluzione. Continuo a pensarlo come un Paese ambilavente in cui la voglia di cambiamento va di pari passo con chi le ideologie di quella rivoluzione del 1979 ancora oggi le sostiene, le supporta e non vuole cambiarle. Non sono pochi credetemi, quelli che ancora sostengono il “regime” e le manifestazioni dei prossimi giorni lo mostreranno.

Dichiarare che non siano pochi quelli che sostengono il “regime” teocratico iraniano non vuol dire, come molti potrebbero pensare, essere fiancheggiatrici del regime, ma semplicemente raccontare la verità di un Paese che in troppi vorrebbero raccontarci in modo diverso. Sul tema dell’Iran, soprattutto negli anni scorsi, il giornalismo di frequente è scivolato dal terreno dell’informazione a quello della propaganda. Questa propaganda voluta soprattutto da dissidenti non fa altro che nuocere alla popolazione stessa. L’Iran che vedo io a 40 anni dal 1979 è un Paese in continuo fermento e trasformazione, alla ricerca di un suo equilibrio tra un passato importante e ingombrante e un futuro tutto da scrivere.

L’Iran di oggi mi appare come un Paese stanco e rassegnato, non preparato ad affrontare una nuova rivoluzione. Un Paese rinunciatario, che seda il proprio orgoglio libertario con la remissività dettata dalla paura; un Paese in cerca di democrazia e libertà ma, che per me non è ancora pronto nella gestione di tale libertà.

Qualche mese fa ho parlato con un giovane collega iraniano, giornalista specializzato in politica internazionale e mi ha spiegato: “Noi iraniani siamo diversi dai nostri padri, forse troppo viziati dalle nostre famiglie che hanno vissuto una Rivoluzione e hanno contato i morti della guerra Iran-Iraq. Non siamo pronti per un’altra guerra. Non vogliamo che nel nostro Paese accada quello che sta accadendo in Siria, in Yemen, in Afghanistan. Nella nostra vita anche con restrizioni noi “conviviamo” dignitosamente. Per noi è importante la sicurezza nazionale e non vogliamo ingerenze esterne. Noi siamo quei giovani che scendono in strada nelle manifestazioni contro il Regime, ma quando è sera torniamo a casa, perché le nostre madri ci hanno preparato la cena e non vogliamo farla freddare”.

Ecco, in un Paese in cui si torna a casa per cena piuttosto che insistere con determinata volontà di riuscita in manifestazioni di protesta per cambiare il Paese, è difficile pensare a un futuro diverso. E se tutta la popolazione sa di certo cosa non vuole per questo Paese, le idee non sono invece altrettanto chiare su quel che si desidera per il suo prossimo futuro. Il problema principale dell’Iran in questo momento è proprio questo, la mancanza di un’alternativa in grado di sostituire il Regime teocratico. Dunque se il futuro riserverà all’Iran grandi proteste, non le riserverà però prossimamente per la mancanza di idee forti e poderose, e non con i giovani di oggi. Occorre un’altra generazione per spodestare gli attuali Mullah.

A volte ci penso a quale potrebbe essere l’alternativa al sistema “teocratico” attuale. Qualcuno spera nell’improbabile ritorno di uno Shah che da dopo l’esilio di suo padre vive in America e poco o nulla conosce dell’Iran che dovrebbe governare. Qualcuno altro osanna i “Mujaheddin del Popolo” che sono i nemici giurati del regime iraniano e che in Iran nessuno vuole perché definiti “terroristi” da sempre. Insomma, l’Iran ha grandi sfide all’interno e al di fuori del Paese e lo slogan “Regime Change” di Trump per ora non ha accolto il favore degli iraniani che in parte non vorrebbero un “Regime Change” quindi un cambiamento di regime ma un “Regime End“, ossia la fine del regime.

Si potrebbe pensare allora a qualche riformista che riesca a tenere in piedi una situazione così squilibrata e complessa. Ma di nomi non ne abbiamo.

Il mio augurio nel 40esimo anniversario della Rivoluzione Islamica di questo Paese e per tutti coloro che lo abitano, è che la sua forte identità e le sue peculiari caratteristiche che lo hanno reso unico e magnificente, non vadano mai perdute nel tempo di oggi che tutto massifica e livella, ma che, anzi, su tale specificità, possano gettarsi basi nuove e solide. Basi scevre dall’oscurantismo che ha sepolto l’oro della sua plurimillenaria storia. Oggi non desidero per l’Iran l’adattamento pedissequo dei suoi usi, costumi e tradizioni a quelli del più blasonato Occidente, ma vorrei tanto che la nobiltà e la rarità della sua profonda spiritualità potesse ingentilire la freneticità e frettolosità occidentale.

Vorrei d’altro canto che dall’Europa, l’Iran potesse attingere quel senso di liberalità e di considerazione per la scelta dell’uomo e per i suoi naturali diritti. Mi auguro di vederla sempre meno sofferente, meno piagata dai mali che l’hanno corrotta per tornare un giorno a risorgere all’antico splendore e che soprattutto le mie amatissime donne e la loro difficile condizione che porto nel cuore ogni giorno possa risolversi quanto prima. Sono certa che saranno proprio loro, le donne iraniane a dare un’impulso vitale per una rinascita di questo meraviglioso Paese all’insegna del rispetto e della sacralità umana, attraverso la quale solo dopo si giunge a quella divina.