Nell’estate del 1970 Gianfranco Bedin ritorna nella sua San Donà e incontra l’amico di sempre Paolo Vignotto. I due hanno condiviso la gioventù e tantissime ore di pallone su campi improvvisati. Poi Gianfranco è partito per fare le giovanili all’Inter, mentre Vignotto ha giocato nei campionati dilettanti. “Paolo, la tua sorellina è un fenomeno. A 16 anni gioca meglio dei maschi”. “Sì, Betty è fantastica. E per il calcio ha una passione folle”. “Guarda, ho un contatto a Milano con la squadra Gommagomma, che ha appena cambiato presidenza. La formazione è già buona, con lei sarebbe da scudetto”. L’affare si conclude. Elisabetta prende il treno per Milano e all’esordio vince lo scudetto, vestendo subito la maglia della Nazionale. Gianfranco Bedin, nel curriculum ha già una Coppa dei Campioni e una Coppa Intercontinentale, si scopre a 26 anni un talent scout.

Quell’anno Bedin vincerà il suo terzo campionato in nerazzurro. Betty invece si trasferisce a Torino (insieme a mezza squadra) e conquista ancora lo scudetto, diventando capocannoniere. Ritorna in Veneto nel 1972 per giocare con Gamma3 Padova. Sono anni gloriosi. Il Padova vince due scudetti consecutivi e la Vignotto è sempre in testa alla classifica marcatori. Nel 1972 segna addirittura 56 gol, record tutt’ora imbattuto. Il primo campionato italiano femminile è del 1968, solo dal 1974 si svolge il torneo a girone unico, organizzato da una singola federazione (anche se in precedenza c’era già stato un tentativo). Sono gli anni pioneristici del calcio femminile e Elisabetta Vignotto è la regina assoluta del periodo. Quattro scudetti consecutivi, quattro titoli di capocannoniere. I Settanta sono i suoi anni “nonostante due infortuni che allora erano considerati molto gravi, menisco esterno nel 1975, crociato e menisco nel 1979”, ricorda oggi, trent’anni esatti dall’ultima presenza con la Nazionale.

In azzurro gioca dal 1970 fino al 1989, in tutto 109 presenze e 107 gol. L’ultima partita a Sofia per un’amichevole contro la Bulgaria, l’Italia di Sergio Guenza vince 3-1. Lei entra al 60’ e sono gli ultimi minuti che gioca con la Nazionale. Solo qualche mese prima la Vignotto aveva fatto un gran bel gol in una epica semifinale degli Europei contro la Germania Ovest, persa poi ai rigori. “Non mi ricordo – dice la Vignotto – nemmeno più se fossi emozionata o meno all’ultima in azzurro. Avevo quasi 36 anni, ero consapevole che le ginocchia stavano cedendo. Oggi viaggio con due protesi totali. Finii la stagione con la Reggiana e poi rimasi all’interno della società come dirigente”. A Sofia in campo c’è anche Carolina Morace, autore di un gol.

Carolina aveva esordito in Nazionale il primo novembre 1978. L’Italia gioca a Napoli un’amichevole contro la Jugoslavia, capitan Vignotto fa il suo dovere, segnando due gol. La vittoria è assicurata, all’allenatore fa il gesto dei due indici che ruotano uno sull’altro. “Mister, cambio”. Al suo posto entra proprio Carolina, una ragazzina di 14 anni, destinata a diventare la calciatrice più forte al mondo. “Betty – racconta la Morace – è stata il mio modello. Abbiamo giocato insieme in Nazionale e con la Reggiana. Eravamo molto simili, abili tecnicamente, gran fiuto per il gol, intelligenti, altruiste. Forse io ero più potente, ma solo perché ho avuto un preparatore fisico molto bravo che ha lavorato sulla forza esplosiva e sulla velocità. Ai tempi di Betty non era nemmeno prevista questa figura. La persona più importante per la mia carriera è stata proprio il mio preparatore fisico. Il prof Luigi Perrone mi ha fatto capire la differenza tra lavoro di qualità e di quantità”. “Io e Carolina – conclude Betty – ci completavamo, all’inizio io giocavo centravanti e lei mi faceva soprattutto gli assist. Con l’età invece ho arretrato di qualche metro il raggio d’azione”.

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