Legittimo e perfettamente comprensibile, nei panni di chi deve tutelare se stesso, la propria immagine. E che immagine.

Ma ciò non toglie che il silenzio di Silvio Berlusconi schiaffeggi tanti, praticamente tutti. Colpisce un Paese che per vent’anni si è specchiato ed è stato identificato nel cavaliere, che ora gli nega il diritto a un pezzetto di verità, o almeno della sua versione. La trattativa Stato-mafia è la pagina più sudicia di sangue e merda, “una montagna di merda”, della storia di tutti noi: ricostruirla pizzino per pizzino, leggerla alle generazioni future già malate d’oblio è un diritto ed è un dovere, che Berlusconi, se non nega, nemmeno agevola.

Il suo garbato mutismo è poi uno schiaffo a chi l’ha sempre votato e magari lo voterebbe ancora: elettori devoti nel segreto dell’urna a cui replica con un altrettanto segreto silenzio. Qualunque cosa avesse pronunciato, i suoi fedelissimi probabilmente non avrebbero cambiato idea, ma i più oggettivi di loro ammetteranno che la loro opinione è oggi più monca, opaca, ombrosa. Ma soprattutto questo silenzio è uno schiaffo a chi di mafia c’è morto ammazzato e alle loro famiglie senza pace. E su questo non vorrei aggiungere altro.

La facoltà di non rispondere di Berlusconi, o meglio le sedici parole con cui se ne avvale, ringrazia e alza i tacchi, sono uno schiaffo che non parte dalla sua mano; eppure la sua mano c’è. Si vede. La scelta di negarsi alle telecamere sfuggendo al macigno mediatico dell’aula bunker di Palermo consegna all’immaginazione una fotografia ancora più dirompente, emblematica: a metà tra uomini di Stato e sbarre sudacchiate da Cosa nostra si sente la voce inconfondibile di un uomo senza volto, si vede la sua mano tesa verso una schiera di microfoni televisivi, qualcuno gli appartiene. È un’immagine legittima e perfettamente comprensibile. E che immagine.

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