Nessuna risposta, ma anche nessuna immagine. Non doveva esistere una foto di Silvio Berlusconi seduto al banco dei testimoni del processo d’Appello sulla Trattativa tra pezzi dello Stato e Cosa nostra. L’ex premier, si sa, è uomo di televisione: poteva mai acconsentire a farsi filmare al centro dell’aula bunker del carcere Ucciardone di Palermo, quella costruita per il Maxiprocesso? Che colpo sarebbe stato per l’immagine del leader di Forza Italia farsi ritrarre sulla stessa sedia della testimonianza di Tommaso Buscetta? E allora ecco che dell’ex premier esistono solo le mani che afferrano il microfono per sussurrare poche definitive parole: “Su indicazione dei miei avvocati, mi avvalgo della facoltà di non rispondere. Grazie, grazie a tutti”. Pochi secondi, anche meno di quelli previsti visto che l’illustre testimone non ha neanche declinato le proprie generalità.

Così non ha aiutato Dell’Utri – Un silenzio annunciato quello di Berlusconi Silvio, nato a Milano il 29 settembre del 1936. L’ex premier, infatti, era un teste assistito, visto che è indagato di reato connesso a Firenze: è iscritto nel registro degli indagati della procura toscana per le stragi del 1993 a Milano, Firenze e Roma e per gli attentati del 1994. Uno status che gli ha consentito di rimanere in silenzio. E pazienza se in questo modo non ha aiutato l’amico di una vita: Marcello Dell’Utri, condannato in primo grado alla Trattativa a 12 anni di carcere. Era stato l’avvocato dell’ex senatore, Francesco Centonze, a chiedere la deposizione di Berlusconi. Una citazione che aveva spinto i legali dell’ex premier, Niccolò Ghedini e Franco Coppi, a farsi certificare dalla procura di Firenze le 23 contestazioni mosse nei confronti del loro assistito. Una documentazione che per Berlusconi ha avuto l’effetto di uno “scudo”: l’ex premier si è potuto avvalere della facoltà di non rispondere. Non ha potuto evitare però di comparire in aula.

La giornata di B: toccata e fuga a Palermo – Costretto a venire a Palermo, dopo un primo forfait dovuto alla sua attività di europarlamentare, Berlusconi ha optato per una visita lampo: è arrivato all’aeroporto Falcone Borsellino in mattinata, anticipato dalla sua scorta che lo ha prelevato e condotto al bunker, dove da pochi minuti erano arrivati i suoi avvocati, Niccolò Ghedini e Franco Coppi. L’ex premier ha atteso nella stanza adibita ai testimoni e già prima di entrare ha fatto sapere di non voler essere ripreso. Quindi si è seduto davanti al giudice Angelo Pellino e ha formalizzato il suo silenzio, prima di svanire di nuovo nella pancia del bunker.

Un appuntamento dall’alto valore simbolico – Seppur breve, quello di oggi era comunque un appuntamento dall’alto valore simbolico. Dopo venticinque anni di indagini e processi sui legami tra la mafia e il suo braccio destro, fondatore di Forza Italia e senatore dopo essere stato numero di Publitalia, dopo inchieste complicate l’ex premier è stato alla fine costretto a volare a nel capoluogo siciliano. Fino a oggi era sempre riuscito a evitarlo, riuscendo a farsi interrogare – quando si discuteva di mafia e stragi – lontano dai riflettori di un’udienza pubblica e dalla città che ha dato i natali all’amico Marcello. Ma anche a Vittorio Mangano, il boss di Porta Nuova arruolato come stalliere di Arcore nel 1974.

Respinta la richiesta della difesa di Marcello Dell’Utri – La difesa di Dell’Utri poco prima aveva chiesto di proiettare in aula un video con una conferenza stampa dell’ex presidente del Consiglio. Il 20 aprile del 2018, poche ore dopo il verdetto di primo grado sulla Trattativa, Berlusconi dichiarava che il suo Governo non aveva mai ricevuto minacce mafiose. Che è un po’ quello che gli avvocati di Dell’Utri avrebbero voluto sentire in aula se l’ex premier non si fosse avvalso della facoltà di non rispondere. La Procura generale, però, si è opposta alla richiesta: “Questa è un’aula di giustizia, non uno studio televisivo” ha detto il sostituto pg Giuseppe Fici. Dopo pochi minuti di camera di consiglio, i giudici hanno respinto l’istanza perché il video è già acquisito agli atti e “quindi potrà essere visionato dalla corte in ogni momento e non c’è motivo di proiettarla in aula”. La corte ha disposto la trascrizione del contenuto dell’intervista per facilitarne la consultazione delle parti. Quindi ha fatto entrare il teste: che però si è ben guardato dal ripetere le dichiarazioni fatte alla stampa nel giorno della sentenza.

Le domande pronte per il B – Scegliendo il silenzio Berlusconi non ha accolto la richiesta della difesa di Dell’Utri, accusato di essersi fatto portatore della minaccia di Cosa nostra al primo governo Berlusconi nel 1994. L’ex premier avrebbe potuto difendere l’amico di una vita, spiegando – come fatto nella conferenza stampa citata dall’avvocato Centonze – che dal suo storico braccio destro non era pervenuta alcuna minaccia mafiosa al suo primo esecutivo. Rispondendo alle domande, però, Berlusconi avrebbe avuto l’obbligo di dire la verità. E soprattutto avrebbe rischiato di doversi sottoporre anche anche ad altri interrogativi: sul banco della pubblica accusa c’erano già alcune pagine di domande che i pg Fici e Sergio Barbiera avevano preparato nel caso in cui il testimone avesse accettato di rispondere.

Dell’Utri cinghia di trasmissione tra B e la mafia – La deposizione di Berlusconi, insomma, poteva essere utile a Dell’Utri, assente in aula: in questi giorni sta finendo di scontare la pena a sette anni di carcere per concorso esterno a Cosa nostra. L’ex senatore, infatti, ha 78 anni: ora che ha riacquistato la libertà vorrebbe mantenerla. Ma se la condanna per la Trattativa dovesse diventare definitiva rischierebbe di finire la sua vita agli arresti domiciliari. Per questo motivo l’avvocato Centonze aveva deciso di citare Berlusconi, guida di un governo che nelle motivazioni della sentenza di primo grado è indicato come “vittima” della minaccia stragista di Cosa nostra. Di questo è accusato Dell’Utri: di aver fatto da “cinghia di trasmissione” delle intimidazioni dei boss mafiosi da Palermo a Palazzo Chigi. Solo che Berlusconi, parte lesa del suo storico braccio destro, non è non è mai stato sentito in aula durante il processo sulla Trattativa, né in fase d’indagine. Una circostanza che secondo l’avvocato Centonze andava “sanata” essendo l’esame di Berlusconi “una logica conseguenza dalla qualifica di persona offesa attribuita al medesimo nella sentenza impugnata in quanto destinatario finale della pressione o dei tentativi di pressione di Cosa nostra”.

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