L’indagine di impeachment sul presidente Donald Trump riserva un nuovo colpo di scena. L’ambasciatore Usa alla Ue Gordon Sondland ha deciso di cambiare la sua precedente testimonianza affermando di credere che gli aiuti militari americani all’Ucraina contro Mosca sarebbero stati “probabilmente” congelati se Kiev non avesse annunciato pubblicamente l’avvio di indagini contro i Biden. Una retromarcia, che mina la linea difensiva del presidente e dei repubblicani, secondo cui non c’è mai stato alcun “quid pro quo”, ossia uno scambio di favori. Nei giorni scorso la Camera ha approvato la procedura per la messa in stato di accusa dell’inquilino della Casa Bianca L’obiettivo dei democratici è dimostrare che il tycoon abbia fatto pressioni su Kiev per ottenere un’indagine contro il suo rivale Joe Biden, democratico, che era ben piazzato per affrontarlo nelle presidenziali del 2020.

Sondland, che è anche uno dei grandi donatori di Trump, ha rivelato le nuove circostanze in una testimonianza supplementare. Si tratta di un episodio che risale al primo settembre, durante un incontro a Varsavia in cui il presidente ucraino Voloymyr Zelensky espresse le sue preoccupazioni direttamente al vicepresidente Mike Pence sulla sospensione degli aiuti militari. “Dopo quell’incontro, ora ricordo che parlai individualmente con Andriy Yermak (consigliere per la sicurezza nazionale ucraina, ndr) e gli dissi che la ripresa degli aiuti Usa probabilmente non si sarebbe verificata finché l’Ucraina non avesse fatto la dichiarazione pubblica contro la corruzione di cui avevamo discusso per molte settimane“, ha dichiarato il diplomatico nell’addendum, diffuso insieme alle 400 pagine della sua precedente testimonianza. In una serie di sms Sondland aveva anche obiettato ai timori all’ambasciatore Usa ad interim a Kiev Bill Taylor che “il presidente è stato chiaro in modo cristallino sul fatto non c’è alcun quid pro quo”.

Anche la testimonianza dei giorni scorsi del colonnello Alexander Vindman, veterano decorato della guerra in Iraq e massimo esperto di Ucraina del National Security Council, potrebbe risultare imbarazzante per il presidente. “Non pensavo che fosse corretto chiedere a un governo straniero di indagare un cittadino Usa e io ero preoccupato dalle conseguenze per il sostegno del governo americano all’Ucraina” la parole nella bozza di intervento di Vindman, primo a testimoniare del ristretto gruppo di funzionari della Casa Bianca che assistettero il 25 luglio alla telefonata tra Trump e Zelensky.

Un’altra testimonianza pesa sull’indagine. Quella dell’inviato Usa in Ucraina Kurt Volker, che ha lasciato il suo posto a fine settembre, che nella sua deposizione ha accusato Rudy Giuliani, avvocato personale del presidente, di aver fatto pressioni perché il governo ucraino dicesse esplicitamente che avrebbe investigato sulle elezioni Usa del 2016 e su Burisma, la società nel cui board sedeva il figlio dell’ex vicepresidenteBiden. Volker ha sostenuto inoltre che dirigenti ucraini chiesero di essere messi in contatto con Giuliani come canale diretto con Trump, scavalcando i canali ufficiali della diplomazia. Anche deposizione dell’ex ambasciatrice Usa a Kiev Marie Yovanovitch potrebbe risultare pericolosa per l’inquilino della Casa Bianca. La diplomatica ha raccontato che fu richiamata urgentemente a Washington per motivi riguardanti la sua sicurezza ma quando andò al dipartimento di Stato le fu detto che aveva perso la fiducia del presidente senza alcuna spiegazione e che temevano che, se non fosse stata fisicamente fuori dall’Ucraina, ci sarebbe stato un tweet di Trump contro di lei. E il massimo sforzo fatto dal segretario di stato Mike Pompeo per difenderla, ha denunciato, fu contattare il conduttore della Fox Sean Hannity – amico e sostenitore di Trump – per chiedergli se c’era qualche fondamento in quelle voci.

“Entrambe le trascrizioni diffuse oggi mostrano che per questo illegittimo impeachment farsa ci sono ancora meno prove di quanto si pensasse prima” fa sapere la Casa Bianca in una nota dopo la divulgazione delle testimonianze di Volker e Sondland. “Nessuna quantità di titoli osceni da parte di media faziosi, volti chiaramente a influenzare la narrativa, cambia il fatto che il presidente non ha fatto nulla di male. L’ambasciatore Sondland – si legge nella nota – dichiara onestamente che ‘non sapeva (e ancora non sa) quando, chi o da chi gli aiuti furono sospesi’. Egli ha detto anche che ‘presumeva’ che ci fosse un legame con gli aiuti ma non è in grado di identificare alcuna solida fonte per questa assunzione. Al contrario, la testimonianza di Volker conferma che non poteva esserci un quid pro quo perché gli ucraini non sapevano che gli aiuti militari erano bloccati in quel momento”.

Intanto il capo ad interim dello staff presidenziale, Mike Mulvaney, è stato chiamato a testimoniare al Congresso per venerdì prossimo. È il più alto responsabile della Casa Bianca a ricevere una tale convocazione e non è chiaro se si presenterà a deporre. Diversi alti funzionari convocati per ieri e oggi non si sono presentati, rifacendosi all’ordine di Trump di non collaborare all’indagine in quanto “illegittima”.

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