di Riccardo Cristiano*

Santiago, Beirut e Baghdad sono le odierne Budapest, Praga e Berlino? Forse sì; vediamo. Quando nel 1978 il conclave scelse Karol Wojtyla come vescovo di Roma, lo fece anche per sfidare il muro di Berlino. Quel muro chi divideva? L’area del liberalismo politico da quella del tentativo totalitario sovietico. Siccome i muri non crollano da soli, i popoli dell’est europeo avevano bisogno di un aiuto per riuscire a tirare giù quel muro. E Giovanni Paolo II li aiutò. Nel farlo, però, quei popoli non potevano abbattere anche la visione economica che emergeva dall’altra parte, il liberismo economico e selvaggio, la finanziarizzazione dell’economia, che oggi devasta soprattutto il sud del mondo, dal Congo all’Amazzonia al Golfo.

Dopo il crollo del muro di Berlino si pensò infatti che la storia fosse finita: aveva vinto il sistema della ricchezza per chi ce l’ha. Dunque quel sistema poteva imporre un’omologazione culturale, e l’economia di rapina delle risorse e di dominio della finanza sarebbe diventata l’ideologia del nuovo tempo, per la quale però i popoli asiatici sarebbero potuti uscire dalla loro inaudita povertà grazie alla creazione di loro mercati, prima interni e poi internazionali. Questo merito va ascritto non alla globalizzazione, ma all’abbattimento del muro.

La globalizzazione non ha fatto nulla per favorire il benessere dei popoli dell’Estremo oriente: sono loro che, dopo le riforme economiche di Deng, hanno usato a proprio vantaggio la fine del vecchio ordine. E il sud del mondo? Di certo i popoli sono rimasti in balia della loro miseria: l’America Latina, l’Africa e l’Oriente islamico non hanno avuto alcun vantaggio dall’89. E la Chiesa cattolica ha eletto nel conclave del 2013 il primo vescovo di Roma nato nel global south, Jorge Mario Bergoglio.

Sono stati gli anni in cui il nuovo muro è diventato evidente. Dal confine tra Stati Uniti e Messico al Mediterraneo, i muri si sono moltiplicati: per gli uomini, non per le merci, tolto l’attrito sino-americano. Il nuovo muro riduce a patio trasero statunitense l’America Latina, l’Africa a bacino di accaparramento di risorse a basso costo, e l’Islam a Pcus di oggi, il nemico ideologico che giustifica il muro?

Comunque resta che questa epoca è cominciata proprio nell’89, quando si usò il sottovalutato jihadismo (allora li chiamavamo mujaheddin) per far crollare l’impero sovietico in Afghanistan. Quel fatto, molto noto, non è trattato nel libro di Samuel Huntington, Clash of Civilizations, che dal ‘96 indica questa nuova divisione su linee “di civiltà” – molto più pericolosa della precedente, perché se un popolo può essere percepito estraneo al partito che lo domina, difficilmente può essere separato dalla sua religione. Questa separazione però non riguarda i regimi, che sovente divengono o restano amici attraverso le linee che dividerebbero le civiltà, nonostante repressione e corruzione. L’oppressione così trova nel pericolo islamista una legittimità.

Questo accavallamento di cause ed effetti fa sì che, ai nostri occhi, l’Islam sia solo violenza, prevaricazione, sangue. Non va così con nessuna delle grandi religioni orientali che rispettiamo e alle quali magari ci convertiamo pure, a volte per meglio riuscire in ginnastiche dolci. Il viaggio di Francesco ad Abu Dhabi è dunque la versione odierna del viaggio di Giovanni Paolo II in Polonia, il viaggio che porta il messaggio oltre il muro.

Qualcuno ha detto che Francesco non doveva andare ad Abu Dhabi, a legittimare gli emiri. Per una strana coincidenza della storia, dopo il viaggio di Francesco Abu Dhabi comincia a sfilarsi dal conflitto yemenita, mettendo in difficoltà l’imperialismo militare dei sauditi, e intanto i popoli di Libano e Iraq, i territori che l’Iran vuole sottoporre alle sue milizie, si ribellano all’imperialismo miliziano, e lo fanno a partire da comunità sciite!

Viste così, le rivolte di Beirut e Baghdad si avvicinano a quella di Santiago del Cile, rivolte del pane proprio come quelle di Berlino est, di Praga e di Budapest. Anche lì avevano fame. Ma la loro rivolta era guidata dalla sete, di dignità e quindi di pluralismo. E’ la dignità pluralista che per la prima volta è stata prospettata da Francesco e dall’imam sunnita di al-Azhar, al Tayyeb, con la dichiarazione sulla Fratellanza in Medio Oriente e con il sinodo sull’Amazzonia in America Latina.

La dichiarazione ha detto, molto semplicemente, che Cristianesimo e Islam si riconoscono nel nome della dignità di ogni persona, che ha diritto a vivere decorosamente e quindi come cittadino di pari livello degli altri. Questo comporta che l’Islam va aiutato a riscattarsi dai suoi criminali perché racchiude molto della spiritualità della grande famiglia umana, che ci unisce perché diversi ma ci diversifica perché fratelli.

Ma vivere insieme oggi richiede, oltre a riconoscersi, anche il difendere quanto abbiamo in comune, la casa. Il sinodo sull’Amazzonia ha fatto questo, ha completato Abu Dhabi su scala planetaria, inserendo il global south a partire dalla diversità più rimossa, quella amazzonica, nel pluralismo globale. Così quei poveretti che hanno gettato nel Tevere la statuetta della Madre Terra hanno reso accessibile a tutti il significato della distruzione delle statue da parte dell’Isis: rifiutare l’unità plurale dell’umanità; i nuovi totalitarismi.

* Vaticanista di RESET, rivista per il dialogo

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