di Riccardo Cristiano*

Il mese di febbraio appena conclusosi ricorda da vicino il gennaio del 2011, quando enormi masse di popolazione araba decisero di sfidare la paura per dire di no, in modo non violento, a regimi tirannici, feroci e cleptocratici. Questa che si potrebbe chiamare la “seconda primavera araba” si verifica in due Paesi di segno “politico” opposto: nell’Algeria e nel Sudan. Si presentano come “laici” i primi, “osservanti” i secondi. Li qualificano meglio i loro leader: l’algerino Abdelaziz Bouteflika, varcata la soglia degli 81 anni, vuole ancora servire il suo amato Paese, con il quinto mandato presidenziale consecutivo, nonostante l’ictus che lo ha reso invalido. Per il sudanese Omar al Bashir basti ricordare che nel 2010 è stato incriminato per genocidio.

Sono i simboli dei due campi opposti della politica “araba”: militari sedicenti laici i primi e alleati delle petromonarchie del Golfo i secondi. L’ondata di popolo che si riversa contro di loro, nonostante la paura che incutono i loro sistemi e i sanguinosi passati, attestano il fallimento delle due ideologie di cui si sono ammantati per decenni e che hanno finito col fare da potente propellente di un’ideologia, quella dello scontro di civiltà. La risposta del sudanese al Bashir è stata all’altezza della sua fama: le forze di sicurezza hanno il diritto di perquisire qualsiasi edificio, limitare i movimenti di persone e trasporti pubblici, arrestare individui sospettati di un crimine legato allo stato di emergenza e sequestrare beni o proprietà durante le indagini. In Algeria invece gli avvocati si sono uniti agli studenti, che hanno occupato i loro campus, si sono uniti ai liceali e hanno tentato più volte di occupare via Didouche-Mourad.

Agli occhi di molti di noi, abituati da decenni a ritenere queste leadership vera espressione di quel mondo, pervaso dalle loro retoriche, queste erano le due alternative in gioco: o l’estremismo religioso o i generali “laici”. La realtà sembra però diversa nelle piazze e dice che la popolazione, con coraggio, le rifiuta entrambe, nell’attesa di un politica nuova. Questa “politica nuova” ha avuto esattamente un mese fa la sua prima manifestazione nella Dichiarazione congiunta sulla fraternità, firmata con papa Francesco dall’imam Ahmad al-Tayyeb, guida della principale istituzione religiosa sunnita, l’Università di al-Azhar in Egitto.

Quel testo, che merita di essere letto con maggiore cura di quanto fatto sin qui, anche alla luce di quanto accade in queste ore, fa perno su due novità importantissime: il principio di cittadinanza e il riconoscimento dei conseguenti diritti non solo per i credenti ma anche per i non credenti: “Questa Dichiarazione sia un invito alla riconciliazione e alla fratellanza tra tutti i credenti, anzi tra i credenti e i non credenti, e tra tutte le persone di buona volontà”. Se si pensa alle condanne per apostasia

Ma perché questo fosse efficace e credibile non si poteva non dire una parola netta sulla condizione femminile: “È un’indispensabile necessità riconoscere il diritto della donna all’istruzione, al lavoro, all’esercizio dei propri diritti politici. Inoltre, si deve lavorare per liberarla dalle pressioni storiche e sociali contrarie ai principi della propria fede e della propria dignità”. È come se l’Islam spirituale, illuminato, avesse deciso di rompere i lacci che lo legano a sistemi fallimentari e Stati falliti per dichiarare il proprio sì alla Dichiarazione universale dei diritti dell’uomo, che tanto il panislamismo quanto il panarabismo rigettano in radice. Il primo prospettando una superiorità della comunità dei credenti sugli altri, il secondo appellandosi a una superiorità della comunità araba che di fatto nega i non arabi.

Quella che si prospetta è una comunità nazionale, cioè una comunità che si costituisce in uno spazio geografico tra chi lì vive e consapevolmente decide di vivere insieme con tutti gli altri, in base a una costituzione che per porre tutti sulla stesso piano non può che essere laica, né etnica né religiosa. Nel documento è importantissimo leggere che “la storia afferma che l’estremismo religioso e nazionale e l’intolleranza hanno prodotto nel mondo, sia in Occidente sia in Oriente, ciò che potrebbe essere chiamato i segnali di una ‘terza guerra mondiale a pezzi’, segnali che, in varie parti del mondo e in diverse condizioni tragiche, hanno iniziato a mostrare il loro volto crudele; situazioni di cui non si conosce con precisione quante vittime, vedove e orfani abbiano prodotto. Inoltre, ci sono altre zone che si preparano a diventare teatro di nuovi conflitti, dove nascono focolai di tensione e si accumulano armi e munizioni, in una situazione mondiale dominata dall’incertezza, dalla delusione e dalla paura del futuro e controllata dagli interessi economici miopi”.

Algerini e sudanesi sembra che non abbiano paura di essere loro le cavie sulle quali la resistenza a questa constatazione potrebbe esercitarsi, perché hanno rotto il muro della paura, paura dei fanatici dell’una e dell’altra deviazione. La dichiarazione, come la gente che in queste ore manifesta nelle piazze algerine e sudanesi, afferma anche che “il terrorismo esecrabile che minaccia la sicurezza delle persone, sia in Oriente che in Occidente, sia a Nord che a Sud, spargendo panico, terrore e pessimismo non è dovuto alla religione – anche se i terroristi la strumentalizzano – ma è dovuto alle accumulate interpretazioni errate dei testi religiosi, alle politiche di fame, di povertà, di ingiustizia, di oppressione, di arroganza”. La volontà di porre fine alla bancarotta politica fa i conti con la distruzione di ogni soggetto politico da parte di tutti i regimi, ma i popoli non accettano di tornare indietro e accettare modelli costruiti sulla paura.

* Vaticanista di RESET, rivista per il dialogo

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