La sentenza della Cassazione su Buzzi e Carminati? Se avessi dovuto scommettere, avrei scommesso su questa sentenza della Cassazione, perché ci trovavamo di fronte a un tipo di organizzazione diversa dalla mafia tradizionale, era un qualcosa di nuovo“. Sono le parole del magistrato Alfonso Sabella, ex assessore alla legalità del Comune di Roma, durante la trasmissione “L’Italia s’è desta”, su Radio Cusano Campus.
Sabella spiega: “Il Consiglio dei ministri, il 27 agosto 2015, dopo l’inchiesta Mondo di mezzo, non ha sciolto il Comune di Roma per mafia, ma, sulla base dell’emergenza di quella inchiesta, ha solo detto che c’erano delle grandissime criticità e che, come avevo sempre sostenuto io, bisognava rimuovere e sostituire qualche dirigente. Ma non ha sciolto il Comune di Roma per mafia. Ha sciolto invece il Municipio di Ostia per mafia – prosegue – Io in Campidoglio l’odore della mafia non l’ho sentito. Ma ho sentito il fruscio delle mazzette, l’odore del malaffare. Ho visto dirigenti incapaci di fare il loro lavoro. Ho visto la scalabilità della macchina amministrativa romana. Ho fatto denunce alla Procura, che ha lavorato su questo. La sentenza della Cassazione però non significa che a Roma le mafie non ci sono. A Roma le mafie ci sono, eccome. E la stessa Cassazione lo ha certificato in tantissime altre decisioni, e cioè che a Roma la mafia esiste“.

E aggiunge: “Sicuramente per gli imputati la sentenza della Cassazione avrà un effetto importante. Sul piano delle pene e dei benefici penitenziari, non trattandosi di reati di mafia, qualcosa sicuramente cambierà in meglio per loro. Per quanto riguarda il Paese, non credo che cambi granché. Faccio un esempio banalissimo: io sto attraversando strada sulle strisce pedonali e mi investe, spezzandomi le gambe. un automobilista che ha assunto stupefacenti, che è ubriaco, e che viaggia contromano e fari spenti a 80 km all’ora su una via in cui il limite massimo di velocità è di 30 km orari – continua – Supponiamo che in sede di giudizio si accerti che quell’automobilista viaggiava contromano e a fari spenti a 80 km all’ora e che era ubriaco, ma che non aveva assunto stupefacenti. Io che faccio? Stappo lo champagne? Sempre le gambe spezzate ho. Allora, io, cittadino romano, so che c’è stata un’organizzazione criminale che ha gestito per anni pezzi importanti della vita pubblica, risorse, commesse, appalti. E ha sottratto soldi ai cittadini, nonché servizi ai miei figli. Ma cambia qualcosa la fattispecie di reato riconosciuta? Sempre le gambe spezzate ho“.

Sabella puntualizza: “Quando sento dire che sono stati sprecati i soldi dei cittadini in questo processo, dico: ma stiamo scherzando? Al contrario, dobbiamo ringraziare la magistratura, la Procura, le forze di polizia, per aver fatto un’indagine splendida e per aver scoperchiato questo sistema. Il fatto è che nel nostro Paese sembra che se non è mafia non è reato. E invece se non è mafia ed è corruzione, è comunque grave. I magistrati hanno accertato un malaffare straordinario. Hanno accertato che milioni e milioni di euro di risorse pubbliche andavano nella tasche dei delinquenti. il sistema romano era scalabilissimo da chiunque, cioè da chiunque si mettesse la minigonna e andasse a battere, come consigliava Carminati a Buzzi“.

Il magistrato concorda con il giornalista Nicola Porro, che nella sua rubrica ha affermato: ‘Se tutto è mafia, niente è mafia’. E spiega: “Io quegli strumenti che abbiamo inserito nel nostro ordinamento, come il 416 bis, le restrizioni penitenziarie e tutta la legislazione speciale in materia di mafia, li voglio tutelare e proprio per questo motivo vorrei che fossero applicati ai casi in cui ci sono le condizioni. Io mi sono speso pubblicamente perché venisse revocato il 41 bis al capo dei capi della mafia, Bernardo Provenzano, perché il 41 bis è uno strumento fondamentale. Ed ero contrario al suo utilizzo per Provenzano, che era poco più di un vegetale, sul presupposto che il carcere duro servisse per garantire la sicurezza e il bene del Paese. Ma col 41 bis per Provenzano non stavamo tutelando la sicurezza del Paese – aggiunge – Stavamo solo applicando gratuitamente il carcere duro a una persona, facendolo diventare un mezzo di vendetta e di tortura. Abbiamo sicuramente esagerato in questo Paese. E questa esagerazione ha portato a delle conseguenze negative. La sentenza della Cedu che ci ha tolto l’ergastolo ostativo si inquadra proprio in questa logica. Quindi, se vogliamo usare questi strumenti, applichiamoli ai casi in cui sono necessari, altrimenti, come dice Porro, se tutto è mafia, niente è mafia”.

Sabella rammenta: “Sul Mondo di mezzo, c’è un dettaglio che è sfuggito a molti: qualunque fosse la qualificazione giuridica di questa organizzazione, si trattava comunque di una organizzazione che non aveva radicamento sul territorio come quella delle mafie tradizionali. E infatti il 3 dicembre 2014, giorno dei 37 arresti, era già morta e sepolta. Cosa Nostra è stata giuridicamente certificata il 30 gennaio 1992, quando la mafia esisteva dalla metà dell’800. Quindi, l’organizzazione di Buzzi e Carminati aveva sicuramente delle peculiarità nuovissime. I magistrati non hanno sprecato nessuna risorsa. Io da giurista aspetto di leggere le motivazioni della sentenza. Ma da cittadino non me ne frega niente – chiosa – Se ancora oggi a Roma ci sono le buche per strada, il verde pubblico è nella stessa situazione, la raccolta dell’immondizia non avviene come dovrebbe avvenire, i disabili non hanno l’assistenza adeguata, mafia o non mafia, a me cittadino romano non cambia proprio assolutamente niente. Rimane il danno irreparabile e irreparato, rimangono le ferite, che sono profondissime nella città. E’ irricevibile l’alibi sventolato dal politico o dal pubblico amministratore, secondo cui di fronte alla mafia non può fare nulla. Se dall’altro lato ho la mafia o la corruzione o il malaffare o le lobby, io politico devo contrastare tutto questo e basta“.

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