Circa 5200 corpi recuperati in poco più di un anno e mezzo. Tanti altri – centinaia e centinaia – ancora sepolti sotto le macerie. A due anni dalla liberazione di Raqqa dallo Stato islamico, avvenuta grazie all’offensiva delle Sdf (Forze democratiche siriana, a guida curda) e dell’aviazione statunitense, dalle viscere dell’ex capitale dell’Isis emergono ancora i cadaveri di chi è morto per mano dei seguaci di Abu Bakr al-Baghdadi o a causa delle bombe della coalizione internazionale. La città sull’Eufrate, oggi, vive un doppio dramma. Da una parte l’enorme difficoltà nel lasciarsi alle spalle la guerra, presente fisicamente nella distruzione di buona parte del centro abitato e nei corpi che continuano ad affiorare (persino dai bordi delle strade). Dall’altra la minaccia di un nuovo conflitto: se da un lato Raqqa è ancora in mano ai battaglioni curdi, a due passi dalla periferia stazionano i carri armati del regime di Bashar al-Assad, mentre all’orizzonte c’è la minaccia delle milizie del Free Syrian Army supportate dalla Turchia. Nonostante tutto ciò, i medici forensi del Raqqa Civil Council continuano a lavorare: “Abbiamo da poco ripulito la fossa comune più grande in cui ci siamo imbattuti sinora, quella del campo di al-Fikheka – ci spiega il dottor Mahmoud Hassan – Da gennaio 2018 ne abbiamo trovate 16. All’interno ci sono i corpi delle vittime delle esecuzioni di massa dell’Isis, ma anche quelli dei civili deceduti a causa dei bombardamenti dei caccia”.

“Mancano ancora diversi cimiteri – continua Hassan – Molti di essi vanno bonificati dalle mine dalle squadre speciali e fino ad allora non possiamo metterci piede. Grazie al nostro lavoro, che prevede l’analisi in laboratorio del Dna estratto dai campioni, cerchiamo di dare un nome alle vittime e di restituirle ai familiari.

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