Il 4 ottobre nella prefettura di Parigi un uomo ha accoltellato quattro persone mentre l’11 ottobre un terrorista radicalizzato ne ha accoltellate altre a Manchester, prendendo di mira un centro commerciale. Ovviamente la memoria e la paura tornano ai terribili eventi del 2017, quando un terrorista uccise 22 persone ferendone altre al concerto della cantante pop Ariana Grande alla Manchester Arena. L’attentatore Salman Abedi morì in quell’attacco, mentre suo fratello è sotto processo.

Dall’Europa al Medio Oriente la propaganda del presunto Stato Islamico non appare sconfitta grazie ai tanti lupi solitari. In Siria la formazione maggiormente con più simpatie per l’Isis sarebbe Ahrar al Sharqiya, un gruppo di ribelli siriani armati originario del governatorato di Deir ez-Zor, di ideologia nazionalista e islamista, fondato da alcuni fuoriusciti di Al Nusra. Come se ciò non bastasse ci sono più di 10mila jihadisti nei campi di prigionia nel nord della Siria, alcuni dei quali fuggiti per poi commettere attacchi terroristici come a Qamishlo, importante città curda. Attentato rivendicato dall’Isis che tramite la sua agenzia Amaq ha detto di aver fatto esplodere un veicolo carico di bombe di fronte a un centro di polizia nel quartiere di Garbiya.

Non solo. A Raqqa, nelle stesse ore in cui la Turchia sfondava il confine, alcuni terroristi hanno colpito le aree controllate dalle forze curdo-arabe. Più a sud, a Homs, il presunto Stato Islamico ha annunciato la morte di 17 miliziani pro-Assad, tutti appartenenti alle Forze Quds. Il ritiro delle forze americane dalla Siria e l’istituzione della fascia di sicurezza turca di 32 chilometri pongono i presupposti per la rinascita del presunto Stato Islamico.

Ad oggi le Ypg, Unità di Protezione Popolare curde, pur contando su circa 35mila combattenti in tutta la Siria Orientale non sono in grado di opporre una resistenza frontale all’avanzata nemica turco-jihadista. I pochi mezzi pesanti a disposizione sono i carri T-55 e i cingolati Bmp-1 sottratti all’Isis. Il piano di Erdogan di creare un minicaliffato ottomano procede nell’indifferenza di vari attori internazionali. Erdogan si è già confezionato l’appellativo di eroe jihadista. Essere un “jihadista”, non nel senso puro di jihad, è come una polizza assicurativa completa gratuita: tu corri e ti schianti su una Ferrari e qualcun altro paga per tutti i danni. Il vantaggio è che sei diventato un eroe per l’incidente.

L’Isis che appariva sconfitto fino a qualche mese fa si sta rimodellando e sta trovando nuova linfa dai conflitti in corso, non ultimo quello turco-curdo che gli sta fornendo un assist importante. L’Isis non può esercitare pieno controllo sui territori conquistati come in passato, ma riesce comunque ad essere un attore in grado di influenzare determinate scelte.

La decentralizzazione dell’Isis in Africa centrale così come in alcune aree asiatiche, la propaganda sempre massiccia per ispirare i suoi simpatizzanti, lupi solitari e foreign fighters a commettere attentati in Europa Occidentale e le circostanze positive nel nord della Siria rappresentano la base del nuovo corso del presunto Stato Islamico, una minaccia mai sopita del tutto ma fagocitata anche da attori come Erdogan, che in questo caso se ne serve per raggiungere i propri “obiettivi jihadisti”.

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