di Olga Nassis*

Vi ricordate delle venti turiste francesi rapite quest’estate – e mai più ritrovate – nella valle del Nilo da un commando dell’Isis? E del terrificante attentato (ottanta fra morti e feriti) all’hotel Giulio Cesare, in pieno centro di Roma? E la serie di bombe in tre diverse fabbriche di Stoccarda, con una cinquantina di operai (fra cui diversi turchi e curdi) fatti a pezzi, e la produzione bloccata per sei mesi? L’Isis rivendicò quest’azione come una “una grande vittoria contro l’Occidente).

No, non ve lo ricordate. Non ve lo ricordate perché questi attentati, e decine di altri, non sono mai avvenuti. In parte grazie all’azione – non sempre tempestiva e brillante – dei vari servizi. In parte – molto maggiore – perché i potenziali attentatori erano stati ammazzati prima, laggiù nel Kurdistan, dai combattenti delle milizie popolari curde, uomini e donne.

Queste ultime non andavano mai in azione senza un’ultima pallottola o bomba a mano, da riservare per se stesse in caso di situazione disperata: perché i boia dell’Isis, ferocissimi contro i prigionieri, erano particolarmente accaniti contro le donne. In tutto il mondo arabo, le ragazze del Kurdistan sono particolarmente odiate dai peggiori integralisti. Primo sono donne, razza inferiore; secondo perché fra le donne sono le più libere, quelle che alzano la testa e ti guardano negli occhi. Che studiano e lavorano come i ragazzi, che non esitano al bisogno a impugnare il fucile e a usarlo pure molto bene.

Le donne, nel sistema del Kurdistan, sono l’avanguardia civile. In una terra storicamente divisa per etnie e per tribù, schiava di governatori coloniali e di sultani, hanno reinventato la democrazia. Tutti con dei diritti, tutti con dei doveri. Hanno un esercito loro, tutto di donne, piccolo ma temutissimo perché mira bene e non ha mai paura.

La guerra all’Isis, principalmente, l’hanno vinta loro. La guerra per difendere noi occidentali – noi francesi, noi italiani, noi americani – dagli assassini. Noi non ci abbiamo fatto caso, ogni tanto distrattamente davamo un’occhiata alle loro imprese alla televisione. Adesso stanno crepando, e figurati a noi bravi occidentali che ce ne frega. Sono una minoranza, no? E quindi, se i turchi le ammazzano, affari loro.

* * *

L’Europa ha una tradizione bellissima di vigliaccheria e indifferenza di fronte alle stragi di minoranze nell’impero turco. Gli armeni vennero massacrati a milioni, nel primo Novecento, e nessuno intervenne. I greci, a Smirne, vennero bruciati vivi nelle loro case; quelli che fuggivano al porto venivano respinti dalle navi europee; un ammiraglio faceva suonare a bordo allegre musichette militari per soffocare le urla – poco più in là – dei massacrati. I turchi, popolo laborioso e ordinato, non hanno avuto che raramente dei governanti umani. Non ne hanno nemmeno ora, col capo che rimpiange i bei tempi felici dell’impero. Pagano i poveretti, il soldatino turco e il curdo montanaro, spinti l’uno sull’altro a uccidere e a morire. E nessuno interviene: Francia, Italia, Europa: zitti. Volenterosi carnefici di una strage che – secondo loro – non li tocca.

* * *

Nei medesimi giorni, un altro paese europeo – la Polonia: non quella di Chopin e di Varsavia, ma quella antisemita e fanatica dei vari latifondisti e dittatori – si dà un governo ancor più estremista e violento del precedente. Le destre ungheresi e polacche, gli strati di nostalgia fascista ancor vivi in Italia, le migliaia che in Sassonia hanno entusiasticamente rivotato contro gli stranieri (il più feroce di loro, poco dopo, ha preso il mitra per andare a sterminare un po’ di ebrei) sono oggi, come negli anni Trenta, la zavorra d’Europa.

Quando verrà affrontato, dall’Europa vera, questo orrore? Si aspetta un altro Hitler (un aspirante Mussolini è già spuntato)? E davvero pretendiamo fiducia, dei nostri popoli e del grande mondo, in quest’Europa ambigua, esitante di fonte al male, dura coi poveretti, l’Europa di Ponzio Pilato?

No, non può durare così. Infine, bisogna muoversi; e il momento è questo. Paghiamo per intanto un debito, quello col popolo curdo. Fermiamo un aspirante invasore, togliamogli il coltello dalle mani. E poi andiamo avanti.

(Le ragazze curde, fra l’altro, c’insegnano come potrebbe essere un’Europa delle donne. Non vittime, ma combattenti. Allegre e responsabili, ma pronte a difendersi da chiunque).

* Antropologa siciliana di famiglia greca (i Nassis sono stati protagonisti sia della lotta di liberazione anti-ottomana che della resistenza contro i nazisti), ha partecipato alle ultime Elezioni europee con Syriza in Grecia, ottenendo quasi 30mila voti. Le sue considerazioni sull’Europa post-voto e il suo originale punto di vista “greco” potrebbero in realtà interessare tutti i Paesi del Sud Europa, fra cui anche il nostro.

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