Gasdotti, rigassificatori, ma anche progetti legati al metano e ai porti strategici nel settore dei combustibili. Ecco dove investe la Banca europea degli investimenti che ha annunciato di recente la messa al bando, entro fine 2020, dei finanziamenti a progetti che riguardano proprio i combustibili fossili. I nodi da sciogliere sono ancor molti, almeno quanti sono gli interessi in gioco. E non potrebbe essere diversamente, dato che si tratta della più grande banca pubblica internazionale del mondo che negli ultimi cinque anni ha erogato, a livello globale, oltre 49 miliardi di euro per investimenti nel settore energetico. Anche nelle fonti fossili. Basti pensare ai finanziamenti concessi per la realizzazione di grandi gasdotti come il Trans Adriatic Pipeline (Tap), che da San Foca collegherà l’Italia all’Azerbaijan, sostenuto con 1,5 miliardi di euro e sul quale si è appena chiusa un’inchiesta.

Il cambio di rotta da parte della Bei significherebbe dire gradualmente addio ai finanziamenti dei progetti legati non solo ai gasdotti, ma anche alle miniere di carbone, all’estrazione di idrocarburi, a rigassificatori e centrali termoelettriche ad alimentazione fossile. Allineare la strategia dell’istituzione Ue agli obiettivi climatici europei, d’altronde, è uno dei pilastri su cui si basa il nuovo corso di Bruxelles guidato dalla tedesca Ursula von der Leyen, insieme a una riforma fiscale che pesi maggiormente su trasporti marittimi e aerei e sostenga invece le tecnologie a servizio dell’energia pulita.

IN ATTESA DEL CDA – La Bei ha rinviato ogni decisione sugli investimenti dopo la riunione del cda (composto dai ministri delle finanze degli Stati membri Ue) che si è svolto il 10 settembre scorso a Zagabria e nel corso del quale si è discusso della bozza di documento relativa alla nuova politica di finanziamento nel settore energetico, pubblicata a luglio 2019. Durante la prossima riunione, in programma il 15 ottobre in Lussemburgo il cda ha preso altro tempo, rimandando la decisione finale al 14 novembre. Tra i nodi più difficili da sciogliere c’è proprio quello sul ruolo del gas naturale, considerato da molti Paesi europei ancora strategico in questa fase di transizione energetica e finora supportato anche dalla Bei.

IL RUOLO DELLA BEI – L’Italia è storicamente il principale Paese beneficiario dei finanziamenti della Bei con quasi 200 miliardi di prestiti dal 1958. Nel 2018 siamo stati secondi solo alla Spagna: 8,5 miliardi, pari allo 0,5% del Pil, andati a tutti i comparti dell’economia, dalle infrastrutture alle telecomunicazioni, fino all’ambiente. Come sottolineato dall’associazione Re:Common nel dossier ‘Malaffare italiano, denaro europeo’, nel corso degli anni la Bei ha finanziato diversi importanti progetti infrastrutturali. Non è stata fermata neppure dalla crisi del 2008: in quello stesso periodo ha fatto nuovi prestiti in Italia per 63 miliardi di euro. Tra le opere finanziare ci sono anche il Mose o il Passante di Mestre, per i quali sono stati spesi soldi pubblici anche dopo lo scoppio degli scandali che le hanno riguardate, ma anche il rigassificatore di Livorno e l’inceneritore di Parma. Dal 2010 ad aprile 2019 all’Italia sono stati finanziati 779 progetti per un totale di circa 85,1 miliardi di euro (fonte sito Bei). Di questi, 12 miliardi sono andati al settore dei trasporti e 15 a quello energetico.

IL FINANZIAMENTO ALLE FONTI FOSSILI – Ma già a luglio 2013, la Banca europea per gli investimenti era stata la prima istituzione finanziaria internazionale ad adottare chiari orientamenti in materia di prestiti energetici, con l’obiettivo di limitare i finanziamenti per i progetti legati ai combustibili fossili e rafforzando il sostegno agli investimenti in energie rinnovabili. Cosa è accaduto da allora? A livello globale, sempre per il settore energetico, la Bei investe 10-12 miliardi di euro. Secondo un rapporto pubblicato dalle associazioni francesi Les Amis de la Terre, Oxfam e Réseau Action Climat tra il 2015 e il 2018, la Bei ha accordato prestiti alle fonti fossili per 7,9 miliardi di euro (il 21% dei fondi totali concessi dalla banca). Esempio ne sono i finanziamenti per lo sviluppo dei giacimenti del Mare del Nord, attraverso la rete di gasdotti, come quelli di Enagas in Spagna e Gasunie nei Paesi Bassi. Nel 2018 il finanziamento del combustibile fossile a livello globale ha superato i 2,4 miliardi di euro. In Italia la storia non cambia. Come sottolineato da Luca Bergamaschi, ricercatore associato del Programma Energia, clima e risorse dell’Istituto Affari internazionali (Iai) “nel 2018 le rinnovabili hanno ricevuto solo 48 milioni di finanziamento, quattro volte in meno di quanto è stato destinato alle infrastrutture fossili”.

GLI INVESTIMENTI IN ITALIA – Il riferimento è, in particolare, al gas. Basti pensare che per il gasdotto TAP la Bei ha stanziato 105 milioni di euro (solo per il tratto italiano), a cui va aggiunto il più recente finanziamento di 240 milioni di euro per la rete del gas di Snam, che include gli allacciamenti del Tap. Snam ha sottoscritto con la Bei un prestito di 25 milioni di euro per l’implementazione di progetti per la mobilità sostenibile legati al metano e al gas naturale e, nel dettaglio, per la realizzazione in Italia di circa cento stazioni di rifornimento. Altro contratto di prestito è quello sottoscritto, a dicembre 2017, tra Bei e Italgas: 360 milioni di euro (a tasso variabile, per la durata di 20 anni), per potenziare la rete distributiva e rendere il sistema di distribuzione del gas più efficiente e sicuro. Tra i progetti finanziati nel 2019 dalla Bei nel settore dei trasporti, c’è quello nell’hub portuale di Ravenna (circa 65 milioni di euro), della quale il colosso cinese della cantieristica China Merchants Group intende fare l’hub europeo dell’ingegneria navale e dell’oil&gas.

LA DENUNCIA DELLE ASSOCIAZIONI – Di fatto, se la Bei stima che ad oggi neppure il 5% dei suoi prestiti sia destinato a progetti legati alle fonti fossili, tornando all’anno ‘spartiacque’ 2013, secondo il gruppo non governativo CEE Bankwatch Network, l’istituto avrebbe speso da allora al 2017 circa 12 miliardi di euro solo nel settore legato alle fonti fossili. Tra l’altro, il network che monitora le attività delle istituzioni finanziarie ha già in passato segnalato le contraddizioni dei finanziamenti (non solo della Bei) al Corridoio meridionale del gas, che comprende il gasdotto Tap. “Dal 2013 al 2017 – fa sapere Greenpeace a ilfattoquotidiano.it – la Bei ha prestato 52,5 miliardi di euro al settore energetico, l’84 percento dei quali è andato a progetti interni all’Ue”. Per quanto riguarda l’industria dei combustibili fossili parliamo di “11,8 miliardi di euro di sostegno diretto, principalmente legati al trasporto (compreso il Corridoio meridionale del gas, che comprende il gasdotto Tap), estrazione di gas e centrali elettriche” a cui vanno aggiunti “3,9 miliardi di euro per le utility il cui core business è principalmente legato al carbone”. Ed è per questo che l’8 ottobre scorso Greenpeace si è unita ad oltre sessanta ong, inviando una lettera al presidente della Banca europea per gli investimenti, Werner Hoyer, chiedendogli di non fare passi indietro rispetto all’impegno di fermare i nuovi finanziamenti per i combustibili fossili entro la fine del 2020, ma anche sottolineando una serie di perplessità su alcuni aspetti della bozza, che renderebbero meno ambiziosi gli obiettivi creando ‘scappatoie’ proprio nel settore del gas. Si tratta solo dell’ultimo di una lunga serie di appelli.

ALLA RESA DEI CONTI – Parliamo di 10-12 miliardi di euro l’anno destinati solo alle rinnovabili per allinearsi con i target del Trattato di Parigi per il contenimento della CO2, ma anche di investimenti colossali in Europa, che passerebbero dai 229 miliardi all’anno del periodo 2011-2020 ai 396 per i successivi dieci anni. Fino ad arrivare a 575 miliardi all’anno. La decisione finale è nelle mani degli azionisti della Bei, che sono gli Stati membri dell’Ue. I principali sono Italia, Francia, Germania e Regno Unito, con il 16% ciascuno. Il 10 ottobre si terrà il prossimo Ecofin e già in quella occasione si potrebbe arrivare a una decisione comune sul documento che segnerebbe la prima vera svolta rispetto al passato.

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