Siamo nel bel mezzo di un massacro di classe. Lo gestisce l’aristocrazia finanziaria bancocratica contro il precariato, ossia l’unione del ceto medio declassato e il proletariato flessibilizzato. È quanto ho provato a spiegare nel mio studio Glebalizzazione. La lotta di classe al tempo del populismo (Rizzoli, 2019).

È nel quadro di questa lotta di classe asimmetrica che si spiega, ad esempio, la lotta che i signori del competitivismo no border hanno ingaggiato contro il contante. Che la vera ratio di tale lotta non possa essere ravvisata nella “battaglia contro l’evasione fiscale”, ossia con la categoria con cui il discorso pubblico la legittima e la nobilita, è evidente.

A corroborarlo è, in primis, il fatto che gli stessi sostenitori di tale battaglia, i signori del capitale liquido-finanziario, sono i primi a eludere la tassazione, peraltro in forme legali legate vuoi alla già rievocata irrisorietà della tassazione a cui sono sottoposti (tra l’1 e il 5%), vuoi alle migrazioni dei capitali rese possibili dai paradisi fiscali e dalle società off-shore.

In realtà, se letta in trasparenza, la lotta contro il danaro contante è un obiettivo che rientra appieno nel programma della nuova lotta di classe, rectius del massacro di classe gestito univocamente dal polo dominante dei globocrati finanziari: la rimozione del contante, infatti, si accompagna di necessità al suo trasferimento nei circuiti di quel sistema bancario che, lungi dall’essere un luogo neutro e “sicuro”, è saldamente nelle mani della classe dominante. Quest’ultima, come si è visto, se ne avvale per gestire il proprio dominio di classe, fondato sulla leva del debito e del raggiro finanziario.

Sicché il trasferimento del danaro contante nei circuiti del sistema bancario coincide, di fatto, con la sua traslazione diretta nelle mani dell’élite liquido-finanziaria. Questa, oltretutto, potrà impiegarlo ad libitum per i propri interessi e per le proprie truffe, che, dopo il 2007, sono sempre più all’ordine del giorno e che sempre incontrovertibilmente coincidono con un danno per i dominati e con un trionfo per i dominanti.

Accanto a questo motivo, ve ne sono altri degni di nota. Tra i quali spicca l’istanza panottica già evocata come cifra della nuova società di controllo totale che si è venuta istituendo in misura crescente dopo il tornante storico del 1989. La “tracciabilità” permanente, sempre giustificata in nome della lotta all’evasione, rientra appieno tra le prerogative di un nuovo ordine mondiale che, alla maniera del sistema panottico delineato da Bentham, sempre controlla i suoi sudditi nei loro spostamenti e nelle loro azioni, nelle loro scelte e, ove possibile, nei loro pensieri.

Ciò avviene con un duplice e sinergico obiettivo: da un lato, in nome della sacra fames di dati e di informazioni, utili per la produzione, per i circuiti della pubblicità e, in generale, per il funzionamento stesso della civiltà dei consumi. Dall’altro, in vista di quel controllo e di quella sorveglianza che risultano particolarmente utili per il polo dominante e per il suo controllo dall’alto degli eventuali movimenti di protesta e, magari, di rivoluzione del basso.

Né, in ultimo, si deve obliare il fatto che la virtualizzazione del danaro resa possibile dalla soppressione del contante comporta una fisiologica perdita del contatto con la materialità della banconota e con la misura del limite: favorisce intrinsecamente, mediante l’uso di carte di credito e mediante un rapporto sempre meno materiale con il danaro, quell’indebitamento del soggetto che, come si è visto, costituisce una leva fondamentale del nuovo dominio di classe finanziario, centrato sull’antropologia dell’homo indebitatus.

La classe dominante liquido-finanziaria non produce ricchezza, ma lucra con speculazioni e con l’uso irresponsabile delle leve del debito. Una volta di più, nel rovesciamento della profezia di Marx, non i lavoratori, bensì i banchieri cinici e i cosmomercatisti di tutto il pianeta si sono uniti in un’inedita Internazionale liberal-finanziaria. Essa è composta da soggettività parassitarie, che non producono ricchezza, ma che, mediante escogitazioni finanziarie e usurocratiche, la sottraggono a chi realiter la produce mediante il lavoro.

Su questa stessa lunghezza d’onda, la sempre invocata “lotta all’evasione fiscale” – mot d’ordre della politica come mera continuazione dell’economia con altri mezzi – è spietata per i redditi fissi e risulta orientata unicamente all’immiserimento programmato della vecchia borghesia e del vecchio proletariato: tale “lotta” coesiste aporeticamente, in Europa, con paradisi fiscali per gli apolidi mondialisti della finanza, i quali sempre beneficiano – giova ribadirlo – di forme di esenzione o di tassazioni irrisorie.

Tale aspetto, peraltro, concorre a suffragare la falsità del teorema del trickle down, secondo il quale la prosperità dei ricchi favorirebbe anche quella di tutti gli altri. Una sua variante, particolarmente in auge, è quella secondo cui dagli sgravi fiscali attuati dalla governance liberista a beneficio dei signori del capitale liquido-finanziario scaturirebbero aumenti generali nei livelli occupazionali e nei redditi. Il teorema del “gocciolamento dall’alto verso il basso” si trova già, ad esempio, nelle Diciotto lezioni sulla società industriale, il corso di Raymond Aron alla Sorbona nel 1955-1956: vi esprime la convinzione secondo cui la crescita economica determinerebbe una migliore ripartizione.

I rapporti sono, in realtà, invertiti: la prosperità dell’esigua minoranza dei ricchi membri dell’oligarchia globalista si basa sulla povertà delle moltitudini precarizzate, essendo il capitale non una cosa statica, ma una relazione asimmetrica dinamica.

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