“Alla fine i Nobel per la Letteratura sono sempre molto politici e poco di qualità letteraria”. La tocca piano, Marco Malvaldi, uno degli scrittori più letti e apprezzati in Italia, chiacchierando amabilmente con il FQMagazine sull’assegnazione ancora fresca del prestigioso premio alla polacca Olga Tocarczuk e all’austriaco Peter Handke.

Gira e rigira negli ultimi dieci-quindici anni per il Nobel per la Letteratura si torna sempre allo stesso punto…
“È veramente raro che accada il contrario. Solo Alice Munro nel 2013 ha vinto un Nobel per la letteratura perché sapeva scrivere. Mi correggo: anche Orhan Pamuk nel 2006. Capita oramai una volta ogni cinque sei anni che si ricordano di darlo per meriti di scrittura. In altri casi lo si fa in maniera politica senza nessun riscontro. Così le persone non conoscono questi premiati – e li capisco -, vanno a cercarsi i libri in libreria, magari sono curiosi di vedere come scrive un Nobel e gli cascano le braccia”.

Un esempio clamoroso con le tue braccia cadute a terra?
“Ricordo di aver letto due tre pagine di Le Clézio (Nobel nel 2008 ndr) e di aver pensato che se io fossi stato un redattore quel libro non l’avrei nemmeno pubblicato. Altro che dargli il Nobel”.

Peter Handke, oltretutto, sembra uscire da un passato lontanissimo e come autore è parecchio bollito…
“Ci sono due considerazioni da fare su questa domanda. Tra gli scrittori del passato Handke può anche essere meglio di altri, solo che con un Nobel scatta questo meccanismo: molto spesso dando il premio a uno non lo dai ad un altro. Negli anni non è stato così assegnato a Philip Roth, a Jorge Luis Borges o, diciamo qualcosina sulla nostra beneamata terra, a Leonardo Sciascia. Chiaro, un premio del genere è soggettivo, ma in questo caso sta diventando clamorosa l’oggettività con cui questi signori molto spesso scelgono persone che con la letteratura non hanno molto a che fare. Se vogliono assegnare un Nobel per la politica, si ricordino che ce n’è un altro simile che assegnano in Norvegia…”.

Tra l’altro ci si allontana sempre più dalla contemporaneità delle masse: la grande letteratura è popolare…
“La letteratura diventa grande perché ci sono milioni di persone che leggono quei libri nonostante siano stati scritti cinquanta o cento anni fa. Se oggi uno prende Il sistema periodico di Primo Levi, gli voglio sentir dire che è un libro vecchio o con tematiche non attuali. Tra 200, 300 anni sarà sempre un libro splendido come quando è stato scritto. Come Pastorale americana di Roth. O che dire di Haruki Murakami, ad esempio, uno che vende a carriolate e che fa grande letteratura?”.

L’Accademia di Svezia sembra un po’ schizzinosa di fronte a chi vende molte copie dei propri romanzi…
“A pensare bene, con questo metodo di premiare, c’è un’intenzione di far scoprire nomi poco conosciuti. Magari, però, questa nobile intenzione dovrebbe avere un riscontro nel fatto che lo sia immeritatamente. Quando nel 1996 premiarono la Szymborska, cavolo, andrai a comprarmi i suoi libri e dissi: ma è una grandissima. In altri casi proprio no. Ecco, più che le vendite, sembra che l’Accademia voglia sfoggiare una cultura di quelle di cui ogni tanto si può fare anche a meno, modello ‘la roba che interessa a me, deve interessate a tutti’ ”.

Quindi la “rivoluzione” Bob Dylan non ha attecchito?
“Io però con il Nobel a Dylan non sono d’accordo nella maniera più assoluta. Una cose bella di un libro è che tra 100 anni rimarrà lì indipendentemente dal suo creatore. Per le canzoni di Bob Dylan non è la stessa cosa: se le interpreta lui è un conto, ma se le interpreta Marco Malvaldi ecco… Dando per dare il Nobel per la letteratura ai testi delle canzoni di un poeta mi sarebbe allora piaciuto vedere Leonard Cohen o Fabrizio De André. Con Dylan, a livello di valore letterario dei versi siamo su due sistemi solari differenti”.

Solo che ai morti non si assegna il Nobel…
“Punterei su uno fra Haruki Murakami ed Elizabeth Strout. La Strout raramente è apparsa tra i papabili anche se è letteratura americana ben fatta, del filone dei Faulkner e degli Steinbeck, di quella narrativa da “parlo del mio paesino ma casualmente parlo del mondo intero”.

Invece quando hai sentito il nome della Tokarczuk…
“Ho pensato: non so chi sia. Magari è brava. Finora quando hanno dato Nobel ad una sconosciuta polacca è andata bene, vediamo se ci hanno ribeccato un’altra volta”.

Ieri, comunque, di fronte all’annuncio solo grande stupore…
“Credevo fra l’altro in un cambio di paradigma. Cambiando i vertici… Invece, evidentemente, le linee guida dell’azienda sono rimaste quelle”.

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